Novità del PIME

Mondo e Missione

Le querce di Monte Sole (lun, 13 ago 2018)
Sto predicando gli esercizi spirituali a un gruppo di suore cambogiane e trovo un’inaspettata corrispondenza tra la vita delle comunità cristiane decimate dalle truppe naziste nel 1944 e la tragedia del popolo cambogiano le cui vittime purtroppo furono molte di più «Si piegano le querce come salici sul cuore delle rocce a Monte Sole» L. Gherardi1 Da qualche giorno sto predicando gli esercizi spirituali annuali a un gruppo di suore cambogiane. Ci troviamo a due passi dal Mekong, sulla sponda ovest, poco prima che le acque del fiume raggiungano la capitale Phnom Penh. Le vediamo scorrere di fronte a noi, quest’anno abbondanti e invadenti. Siamo ospiti nella casa che fu l’ultima dimora di Mons. Émile Destombes, vicario apostolico di Phnom Penh dal 1997 al 2010. Émile è morto qui il 28 gennaio del 2016, all’età di ottant’anni, lasciando dietro di sé un ricordo grato e una filiale devozione, quella che si riserva solo a chi è stato veramente padre. Prakot, la signora che lo ha amorevolmente accudito fino alla fine, mi ha mostrato alcuni oggetti personali che furono di Émile, fino al letto di morte, ultimo altare dove ha celebrato l’Eucarestia poche ore prima di spirare. «Negli ultimi anni di vita – racconta Prakot – monsignore era preoccupato di poter celebrare messa tutti i giorni. “É per il popolo” diceva, con una tale fede nella necessità e nell’efficacia del sacramento da non riuscire a farvi a meno. “Sono sacerdote, celebro per il popolo, perché abbia ogni giorno la vita di Dio”». Molti hanno raccolto forza da questa sua fede. Émile ha letteralmente ricostruito la Chiesa cambogiana dopo gli eventi tragici culminati con l’ascesa al potere e la successiva caduta di Pol Pot. Rientrato in Cambogia dopo il crollo del muro di Berlino che ha posto fine all’occupazione vietnamita, è stato lui ad organizzare e presidere nella Pasqua del ’90 la prima Eucarestia pubblica dopo che dall’aprile del 1975 tutti i missionari stranieri erano stati espulsi e i preti locali cominciarono a morire. Tra questi morì di stenti anche Mons. Joseph Chhmar Salas, primo vescovo cambogiano di Phnom Penh e fratello di Prakot. La foto in alto mostra la famiglia di Émile. Papà, mamma e quindici figli! Sarebbero stati sedici se uno di loro non fosse morto giovane. Émile è il quarto in piedi da destra. Associo la sua persona alla parabola di Gesù sul regno di Dio che «è come un granellino di senapa (…) il più piccolo di tutti semi (…) ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». Émile con la sua statura umana e cristiana era proprio così, come dice Gesù, un albero ospitale, una casa per migliaia di fedeli e non solo. Laddove per fede qualcuno celebra l’Eucarestia, frammento ospitale del Regno, allora si trova un riparo sotto la Sua ombra. Questo vale tanto più in Cambogia, terra che fu di stermini e di paure. «Sono sacerdote per il popolo, perché abbia ogni giorno la vita di Dio». Nei ritagli di tempo, in questi giorni di ritiro, tra una meditazione e l’altra, circondato dalla preghiera delle suore, sto rileggendo per l’ennesima volta il libro di Luciano Gherardi, Le querce di Monte Sole, e trovo un’inaspettata corrispondenza tra la vita delle comunità cristiane di cui parla il libro, situate tra le valli del Setta e del Reno in provincia di Bologna, decimate dalle truppe naziste fra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, e la tragedia del popolo cambogiano le cui vittime purtroppo furono molte di più. Il libro si apre con un poesia struggente, parla delle querce di Monte Sole che hanno visto e custodiscono la memoria di quegli eccidi. «Hanno memoria le querce / hanno memoria», «memoria di recinti profanati / memoria dell’agnello e del pastore / crocifissi». Poi ancora, «si piegano le querce come salici / sul cuore delle rocce» a raccontare di «stermini e di paure», «del Kyrie degli angeli» sulle vittime innocenti, della guerra, di ogni guerra. E infine, «Ardono le querce / come il cero pasquale / sul candelabro della notte / a Monte Sole». Leggere il libro di Gherardi è un pò come entrare nella foto di famiglia di Émile. Altri tempi… ma dall’humus di una terra così laboriosa e credente, simile alla terra e alla famiglia che hanno dato i natali a Mons. Émile, raccolgo un’altra preziosa radice di fede e umanità. Il libro documenta l’ostinazione al bene di tanti sacerdoti, ma anche di tante maestre così devote all’umano e al divino che con la loro audacia permisero alle tante scuolette di paese lungo la valle degli eccidi, di funzionare e formare centinaia di ragazzi. Sono state loro, «religiose e laiche – scrive Gherardi – che hanno preso sulle spalle il mondo». Hanno prevenuto, arginato il male, educando. Ne traggo profitto e speranza pensando alla nostra scuola media appena costruita qui in Cambogia. Prendo forza dalla signorina Antonietta Benni, «la sua fede era l’armatura della comunità». Morirà insieme a tanti altri, uccisa nelle rappresaglie di quei giorni. Era sempre animata dal «convincimento di appartenere in vita e in morte» a quel popolo, e faceva dell’aula scolastica il «crocevia di tutti i percorsi dell’esistenza quotidiana: il religioso, il familiare, il laborioso, il ludico, il sociale». «Non c’era pena che non le arrivasse, dissapore familiare che non finisse per trovare nel suo consiglio una schiarita…». E poi la signorina Maria Fiori, anche lei maestra devota, «venuta la mondo con l’istinto del bene», che «insegnava a leggere, a conoscere Dio, a praticare la virtù». Insomma sono queste le querce di Monte Sole, figli di una terra laboriosa e credente. Penso ancora a Émile, quercia di questa terra cambogiana. Penso all’humus umano e divino che è stata la sua famiglia di sedici figli. Possa la Cambogia avere dalla sua parte ancora tante persone così. Possa l’Italia avere dalla sua parte ancora tante maestre così. «Si piegano   L'articolo Le querce di Monte Sole sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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La missione è diventare santi (mer, 01 ago 2018)
Editoriale: Non si annuncia il Vangelo se non incontrandosi Se dovessi cercare un denominatore comune di questo numero di Mondo e Missione lo troverei in queste parole: la missione è relazione, è incontro tra persone che si guardano negli occhi, si ascoltano e sono capaci di dirsi: «Siamo belli perché siamo amati da Dio così come siamo». Scorrendo la rivista mi pare che questo sia il leit motiv che soggiace a molte delle sue pagine. Pagine fresche che raccontano di molti missionari e missionarie che spendono la loro vita per annunciare il Vangelo. Dalle loro parole traspare, anzi emerge chiaramente, che la missione non è questione di strategie, di grandi eventi o di progetti fatti a tavolino: è semplicemente un incontro tra Dio e l’uomo e tra uomini e donne che desiderano conoscere Gesù, a volte anche inconsapevolmente. Non si annuncia il Vangelo se non così, incontrandosi. Il 30 giugno scorso, alla veglia di preghiera per la consegna dell’invio missionario ai giovani della diocesi di Milano che partiranno quest’estate, mons. Carlo Faccendini chiedeva a questi ragazzi di tornare in Italia carichi della vivacità delle Chiese che avrebbero incontrato per trasferirla anche alla nostra Chiesa italiana. Sì, perché nei Paesi dove la Chiesa è minoritaria la missione è nelle corde di ogni singolo cristiano. La novità del Vangelo che ha cambiato la vita di ognuno di loro li spinge a invitare altri a conoscere Gesù e la sua Chiesa fatta di uomini e donne, deboli e peccatori, ma che si sanno redenti e perdonati sempre. Nelle ultime pagine di questo numero, il novello sacerdote del Pime, padre Luca Vinati, che tornerà in ottobre in Guinea Bissau, risponde in modo quasi lapidario alla domanda su cosa sia per lui la missione: «Diventare santi!». Due parole che ci lasciano con le spalle al muro e non ci permettono vie di fuga. Forse in molti siamo tentati di dire: «Non è roba per me». Eppure la santità è propria del cristiano perché non è semplicemente coerenza morale, è molto di più: è attaccamento al Signore Gesù e al suo Vangelo. Il resto, debolezze e peccati, saranno redenti. Chi si affida a Lui diventa santo perché si mette nelle sue braccia. La Chiesa ambrosiana ci ha sorpresi con il Sinodo minore “Chiesa dalle genti”, un’occasione importante per fermarsi a riflettere e per ripartire con uno sguardo nuovo su di sé e sulla società. è quello che faremo anche al prossimo Congressino missionario di Milano, il 16 settembre, durante il quale, pure noi come Pime, ci inseriamo nel cammino della Chiesa milanese. Per riscoprirci, alla luce del Vangelo, fratelli e sorelle in Cristo dai volti e dai colori diversi. E per ripartire insieme dallo sguardo amorevole di Gesù che vuole incontrare l’uomo. Allora anche l’incontro con l’altro, l’accoglienza, l’abbraccio, la parola detta e ascoltata nel modo e nel momento giusto saranno il vero rilancio di una Chiesa che non è mai stanca perché sempre animata dallo Spirito. Che questo Sinodo minore sia l’occasione per aprire il nostro cuore alla possibilità di diventare santi come ci dice padre Vinati.  L'articolo La missione è diventare santi sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Filippine 50 anni di Pime (mer, 01 ago 2018)
In mezzo secolo di presenza nel Paese asiatico, l’Istituto ha dovuto affrontare molte situazioni difficili, oltre al martirio di tre sacerdoti. Ma le sfide della missione continuano lungo nuove linee di frontiera Nell’immaginario collettivo le Filippine sono un Paese cattolico; anzi, le statistiche lo additano come il più cattolico dell’Asia (l’85% della popolazione è battezzata). Rappresentano anche il Paese da cui provengono molte badanti, dolci e sorridenti, tant’è che “filippina” è diventato sinonimo di collaboratrice domestica. L’equazione, dunque, vorrebbe che si trattasse di un Paese “facile” dal punto di vista missionario. La verità è che le Filippine sono sì un Paese a larghissima maggioranza cattolico, ma nel Sud esiste  una presenza musulmana consistente, tentata da un crescente fondamentalismo. Quanto al sorriso, se abbonda sui volti dei filippini non è certo perché il loro possa definirsi un Paese tranquillo. Il ritorno alla vita democratica data dal 1986, con la caduta del dittatore Ferdinand Marcos, grazie a quella che venne chiamata la “Rivoluzione dei rosari”. Tuttavia, anche oggi, a più di trent’anni di distanza, dopo una serie di figure politiche tutt’altro che memorabili (dall’ex attore Joseph Estrada al pugile Manny Pacquiao), le Filippine si stanno di nuovo misurando con un altro personaggio inquietante: il presidente-padrone Rodrigo Duterte. La stessa storia del Pime in questo Paese – giunta quest’anno al giro di boa del mezzo secolo – conferma che quel contesto non è per nulla semplice e, anzi, è missionario da tutti i punti di vista: lo attesta il fatto che, nei cinquant’anni trascorsi, l’Istituto ha visto sacerdoti espulsi, vocazioni in crisi e, soprattutto, il martirio di ben tre preti nell’arco di un trentennio: Tullio Favali (1985), Salvatore Carzedda (1992) e Fausto Tentorio (2011). La missione Pime nelle Filippine è certamente interessante (e fors’anche paradigmatica dell’avventura missionaria ad gentes) se la si legge come una serie continua di tentativi, condotti dall’Istituto nel suo insieme e dai singoli membri, di rispondere alle circostanze in modo da essere il più possibile aderenti agli appelli della storia. In ultima istanza, un esercizio costante, personale e comunitario, di discernimento della volontà di Dio. Un esercizio tutt’altro che semplice: tra tutte le missioni del Pime, è forse una di quelle che ha conosciuto il maggior numero di insuccessi, di “cambiamenti di strategia”, in ragione di una situazione complessa e fluida al tempo stesso, segnata da vari fattori problematici, in cima ai quali stanno la spinosa questione dell’autonomia politica di Mindanao (storicamente l’area dove il Pime ha lavorato e lavora con maggiore presenza di uomini), il progressivo irrigidimento in senso fondamentalista dell’islam locale e la lotta, che continua da mezzo secolo, tra i “ribelli” di sinistra del New People’s Army (Npa) e il governo centrale di Manila. Difficile contare il numero esatto dei missionari Pime che, in terra filippina, sono stati rapiti (come nel caso di Luciano Benedetti nel 1998 e di Giancarlo Bossi – foto d’apertura – nel 2007) oppure minacciati di morte o, ancora, costretti a cambiare residenza per un tempo più o meno lungo. Dal momento, però, che l’esperienza del fallimento e della docilità a una storia che solo Dio può davvero governare è parte integrante della vicenda missionaria in quanto tale, possiamo affermare che la storia del Pime nelle Filippine risulta bella e appassionante, ancorché complessa, proprio se letta con gli occhi della fede. Oggi i missionari impegnati nel Paese sono 16, più della metà dei quali sopra i 60 anni di età. La presenza dell’Istituto si concentra in due aree: Manila e dintorni e Mindanao, la grande isola a Sud, dove il Pime è attivo prevalentemente in area rurale.  A Manila, la parrocchia di Paranaque, intitolata a Maria Regina degli apostoli, è guidata da padre Gianni Sandalo; dal primo settembre, gli subentra padre Simone Caelli, che sin qui ha ricoperto vari incarichi, nella formazione e nella pastorale. Nella stessa parrocchia opera padre Sundeep Pulidindi, indiano, arrivato da pochi mesi nel Paese, e ancora impegnato nello studio della lingua tagalog. Nella casa regionale della capitale risiedono, collaborando con la parrocchia, i padri Gianni Re, superiore regionale per due mandati (2009-2017) e Sandro Brambilla, a lungo attivo in Mindanao. Da un paio d’anni, poi, padre Giuseppe Carrara ha iniziato a lavorare nella diocesi di Imus, a sud di quella di Manila-Paranaque, dove ormai si sta espandendo la capitale. Se ci spostiamo nell’area di Mindanao, padre Sebastiano D’Ambra è impegnato nel dialogo interreligioso, con il “Silsilah” a Zamboanga. Padre Nevio Viganò è stato per lunghi anni parroco di Sinunuc (nei pressi di Zamboanga), avendo come assistente il bengalese padre Biplob Lazarus Mollick, che prenderà il suo posto tra qualche mese. Anche il superiore regionale, padre Fernando Milani, risiede a Zamboanga, con impegni pastorali in seminario e nelle parrocchie vicine. Nella diocesi di Ipil (confinante con quella di Zamboanga) il Pime opera a Sampoli, con i padri brasiliani Emerson Gazetta e Paulo Cezar Dos Santos, il quale però è stato richiesto dal vescovo per iniziare una nuova presenza alla periferia della città di Ipil. A Lakewood sono attivi i padri Stefano Mosca e Ilario Trobbiani. Sempre a Mindanao, ma geograficamente distante dalle località appena citate, nella diocesi di Kidapawan, risiede padre Peter Geremia, che lavora da sempre tra i tribali e con i detenuti. Nel corso degli ultimi decenni alcuni missionari del Pime hanno lavorato anche in altre aree, come la diocesi di Antique e il vicariato di Mindoro Occidentale, nel tentativo di trovare alternative al delicatissimo contesto di Mindanao, dove sono rimasti gli unici europei presenti (gli oblati di Maria Immacolata e i clarettiani, infatti, hanno pressoché solo personale locale). Ma tali presenze non si sono consolidate nel tempo. Lungo i cinquant’anni di storia Pime nelle Filippine, comunque, al di là delle diverse situazioni contingenti, è possibile rintracciare un filo rosso costante che si dipana in tre direzioni. La prima è l’attività pastorale che, rispondendo alle richieste della Chiesa locale, ha sempre cercato di prediligere le situazioni più povere e le comunità più isolate geograficamente. A ciò si è affiancato un impegno nel dialogo con l’islam, soprattutto   L'articolo Filippine 50 anni di Pime sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Manila: anni tumultuosi (mer, 01 ago 2018)
Nella capitale filippina, il Pime ha conosciuto alcune delle situazioni più difficili negli anni della dittatura e diversi missionari sono stati espulsi Quando il vescovo locale, mons. Pedro Bantigue, (nella foto con padre Bonaldo) chiamò i missionari del Pime a Santa Cruz (capitale della provincia di Laguna, una realtà difficile anche per motivi politico-sociali) lo fece perché voleva ridare forza e visibilità alla Chiesa nella città più importante della sua diocesi. Santa Cruz (a 120 chilometri da Manila) aveva allora circa 60 mila abitanti, 40% dei quali cattolici “romani” e 60 % “aglipayani” (ossia seguaci di una Chiesa cattolica indipendente fondata da Gregorio Aglipay). Ma la maggioranza non frequentava alcun luogo di culto: le persone colte si erano allontanate dalla pratica religiosa, le masse popolari praticavano un cristianesimo fortemente superstizioso. Pur essendo sulla carta un contesto “cattolico”, occorreva un’evangelizzazione in profondità. Ed è ciò a cui si dedicano i primi missionari del Pime: organizzano il catechismo, il consiglio parrocchiale, stimolano i laici all’impegno, introducono una liturgia partecipata, “purificano” le chiese dalla marea di statue e immagini sacre. Non solo: accortisi che i cattolici, arroccati in centro città attorno alla monumentale chiesa di origine spagnola, lasciano agli “aglipayani” le periferie, i missionari decidono di impegnarsi nelle opere sociali per i più poveri: distribuzione di cibo e medicine, centro medico di assistenza gratuita, banca popolare con 500 soci, sostegno alle famiglie per mandare i bambini a scuola. Tutte iniziative che suscitano il caloroso sostegno popolare, ma destabilizzano i fedeli più “vicini”. A Santa Cruz, il Pime introduce, fra l’altro, il sistema delle comunità di base. Padre Peter Geremia, arrivato nelle Filippine il 21 agosto 1972, scrive: «A Santa Cruz non volevo limitarmi alla gente del centro, la cosiddetta poblacion, ma raggiungere anche i villaggi periferici, i barrios. Chiesi a dodici uomini di buona reputazione di costruire un “gruppo apostolico” per programmare e pregare insieme, preparare la liturgia domenicale da condividere poi con le comunità periferiche. Non le chiamavamo ancora così, ma di fatto erano le prime “comunità cristiane di base”, che poi si sarebbero diffuse soprattutto al Sud, nell’isola di Mindanao. La legge marziale impedì purtroppo uno sviluppo di questa metodologia, perché gli individui più attivi venivano immediatamente accusati di sovversione ed arrestati. Santa Cruz fu per me il battesimo di fuoco, in un contesto ecclesiale e sociale di scontro radicale fra una tradizione di facciata e interessi costituiti, da una parte, e necessità di cambiamento e di autentica vita cristiana, dall’altra». Quando, nel 1977, la parrocchia di Santa Cruz è stata riconsegnata alla diocesi, si può dire che fosse stata completamente rinnovata. Anche negli anni di presenza a Tondo, nel cuore della capitale filippina, a dir poco tumultuosi, il Pime lascia il segno. La zona lungo il litorale di Manila era una sterminata distesa di baracche con oltre 300 mila abitanti (pure oggi rimane un’area molto degradata). La parrocchia antica di Tondo era stata istituita al tempo della colonia spagnola; nel 1970 vengono iniziate due nuove parrocchie, una affidata agli agostiniani e una al Pime, quest’ultima eretta nel “blocco” più povero di Tondo e intitolata a San Pablo per ricordare la visita di Paolo VI a Manila nel novembre di quell’anno. I primi due “pimini” a essere destinati a Tondo furono i padri Bruno Piccolo e Joseph Vancio, che sbarcano nel gennaio 1971. Iniziano a visitare la gente, prendendo contatto con la miseria dei baraccati: una povertà resa indegna da sporcizia, denutrizione, delinquenza e una violenza endemica. Le catapecchie erano ammassate l’una sull’altra, senza strade, fognatura, acqua corrente, parchi o campi da gioco. Inoltre, gli abitanti (o occupanti), ossia gli squatters, sentivano su di sé tutto il disprezzo degli altri, col risultato di vivere nella rassegnazione e nel fatalismo. Una situazione veramente missionaria. Anche a Tondo il popolo è diviso in vari gruppi, ciascuno dei quali tenta di “accaparrarsi” la Chiesa e i preti. I missionari scelgono i poveri, si impegnano ad aiutarli cercando di coinvolgere tutti i fedeli. Nasce la Zoto (Zone One Tondo Organization) che svolge azione di animazione e di aiuto, un’organizzazione che si estende a varie parrocchie, tra cui quella del Pime. Attraverso gli “organizzatori di comunità” si cerca di orientare i fedeli verso la solidarietà e la collaborazione per progetti comuni. Nel luglio 1973 nasce il consiglio pastorale della parrocchia con vari comitati: catechesi, liturgia, carità, ma anche quelli dediti ai problemi sociali (acqua, scuola, sanità, elettricità, ecc). La Zoto e la parrocchia del Pime incominciano a dare fastidio. Con la legge marziale, introdotta da Marcos nel 1972, era diventato facile accusare i missionari stranieri di istigare la gente contro le autorità, tanto più che la parrocchia di San Pablo estende il suo influsso anche ai molti che in chiesa non ci vanno e fuori dei suoi confini territoriali. Nel 1974, i cento membri del consiglio parrocchiale si incontrano con rappresentanti di altri gruppi di baraccati, dando vita al Consiglio delle comunità cristiane, con struttura totalmente democratica (anche il parroco, padre Gigi Cocquio, ne fa parte, a parità con gli altri). Il 27 novembre 1974 le tre zone di Tondo organizzano una marcia di protesta alla quale partecipano cinquemila persone: padre Cocquio viene fermato per alcune ore dalla polizia con padre Vancio. Nell’ottobre 1975, un altro episodio eclatante: viene proclamato uno sciopero alla distilleria “La Tondena” nella parrocchia di San Pablo (dove lavoravano 800 persone, di cui solo 300 regolarmente assunte) e il Consiglio della comunità cristiana di Tondo interviene in appoggio ai lavoratori. Di lì a poco, la goccia che fa traboccare il vaso e costringerà il Pime a lasciare Tondo, dove, nel frattempo, a padre Cocquio si erano uniti i padri Francesco Alessi, Peter Geremia e Albert Booms. Nel dicembre 1975, la Banca mondiale approva un progetto di bonifica della baraccopoli di Tondo, a seguito del quale cominciano la demolizione della baraccopoli e l’espulsione degli squatters dal quartiere. Nel gennaio 1976, i baraccati di Manila si riuniscono nel Comitato dei poveri contro la demolizione: venti loro rappresentanti, accompagnati da quattro vescovi, vengono ricevuti da   L'articolo Manila: anni tumultuosi sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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