Novità del PIME

Mondo e Missione

Il primo vescovo nato nelle Isole Salomone (mar, 16 ott 2018)
Domenica mons. Peter Huohuo ha iniziato solennemente il suo ministero nella diocesi di Auki. Appartiene ad una famiglia mista di Maleta e Guadalcanal ed è quindi anche un ponte di riconciliazione tra le etnie delle due isole principali   Evento di rilievo nazionale domenica 14 ottobre alle Isole Salomone con l’ordinazione del primo vescovo cattolico nella storia del Paese. Mons. Peter Huohuo, 52 anni, prete della diocesi di Honiara, ha preso possesso della sede di Auki, sull’isola di Maleta, al termine di una solenne cerimonia durata ben cinque ore alla presenza di circa seimila persone. L’evento cade nel 450° anniversario della prima croce piantata sull’isola di Guadalcanal, nei pressi dell’attuale capitale Honiara, da esploratori spagnoli nel 1568. Solo nel 1898, tuttavia, i Maristi francesi vi si sarebbero stabiliti in modo permanente dopo i tentativi falliti mezzo secolo  prima con il ritiro o la morte prematura dei loro primi missionari e il martirio di mons. Giovanni Battista Epalle (1845). Oggi le Isole Salomone hanno quasi un milione di abitanti. La confessione cristiana principale è quella anglicana. I cattolici sono 120 mila distribuiti in tre diocesi. Presente alla cerimonia di Auki, il primo ministro Rick Huo, protestante, ha elogiato lo spirito ecumenico delle Chiese e la collaborazione all’unità nazionale  e al progresso del Paese. La nomina di mons. Peter Huohuo ad Auki, a parere dell’arcivescovo domenicano di Honiara, Christopher Cardone, italo-americano, rafforzerà il processo di riconciliazione con l’isola di Guadalcanal, faticosamente avviato dopo la crisi dell’anno 2000, che ha provocato circa 100 morti. La gente attorno alla capitale aveva reagito al processo di migrazione interna dall’isola di Maleta e occupazione delle loro terre ancestrali da parte di popolazioni più intraprendenti ed aggressive. Mons. Peter Huohuo appartiene ad una famiglia mista di Maleta e Guadalcanal ed è quindi ben accetto alle etnie delle due isole principali.     Ricche di vocazioni sacerdotali e religiose, le due diocesi di Honiara ed Auki hanno già iniziato ad inviare missionari fidei donum nel Pacifico e in Sud America. «Siamo molto vicini ai giovani – dice l’arcivescovo Cardone, nel Paese dal 1988, già vescovo di Auki e prima ancora giovanissimo ausiliare di Gizo -; i nostri ragazzi trovano parrocchie aperte e preti accoglienti. Tanto basta per avere attualmente più di quaranta seminaristi maggiori alle Isole Salomone». La diocesi di Gizo, a nord, al confine con la Papua Nuova Guinea, retta dal salesiano italiano Luciano Capelli, è l’unica a dipendere ancora molto da personale missionario. Un summit nazionale dei laici cattolici a Honiara nel novembre 2017 ha posto il problema della presenza pubblica dei credenti nel Paese, soprattutto nella sfera politica e di governo, nel contrasto alla corruzione e nella difesa dell’ambiente. Il coordinatore dell’iniziativa, Bernard Bata’anisia, accademico e già ambasciatore in Papua Nuova Guinea, dice che «le tre diocesi devono parlare una sola voce», il laicato deve essere più unito ed esporsi in prima persona e in modo più deciso di quanto abbiamo potuto fare finora i vescovi missionari. Ma anche all’interno della Chiesa i laici devono assumere più responsabilità e sentire ormai cosa propria  la comunità fondata 120 anni orsono. Un processo che si consolida appunto con la nomina del primo vescovo locale ad Auki.  L'articolo Il primo vescovo nato nelle Isole Salomone sembra essere il primo su Mondo e Missione.
>> leggi di più

Cristiani in fuga dal Pakistan, pugno di ferro della Thailandia (lun, 15 ott 2018)
Il regno thai – che non ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite per i rifugiati del 1951 – sta attuando una stretta nei confronti dei richiedenti asilo giunti nel Paese. Tra loro si calcola che almeno 2500 siano cristiani pachistani, molti dei quali giunti nel Paese dopo le strage della Pasqua 2016 a Lahore   Dopo mesi di pressione per chiudere le porte a un’immigrazione consistente e anche scomoda per le ripercussioni internazionali, le autorità thailandesi hanno deciso un’azione di forza contro i pachistani concentrati nella capitale Bangkok. All’alba di martedì 9 ottobre poliziotti e funzionari dell’Immigrazione hanno effettuato retate in diverse aree della città fermando diversi richiedenti asilo. Profughi da tempi diversi, alcuni anche da anni nel Paese e tra loro anche un centinaio di cristiani, tra cui donne e – per circa la metà – minorenni. Tra i fermati che vanno verso l’espulsione, ci sarebbero anche individui e nuclei familiari ai quali l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati aveva già garantito la protezione umanitaria e una prospettiva di espatrio verso un Paese terzo. L’iniziativa ha una ragione contingente nella recente nomina e nello zelo del nuovo responsabile nazionale dell’Immigrazione; tuttavia costituiscono un chiaro messaggio di rischio per una comunità, che dopo aver subito una persecuzione nel Paese d’origine e essere emigrata con costi e rischi notevoli per cercare sicurezza e benessere, subisce costantemente la minaccia di incarcerazione e rimpatrio con i relativi rischi. Il regno thai non ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite per i rifugiati del 1951 e di conseguenza, senza riconoscimento legale, molte famiglie rischiano periodi di sostanziale carcerazione dalla durata incerta prima di potere ottenere il rilascio su cauzione, il rimpatrio coatto oppure la ricollocazione altrove. Con un’accelerazione successiva alla strage della Pasqua 2016 – rivendicata da un gruppo affiliato all’Isis a Lahore, con 75 morti e oltre 30 feriti in buona parte cristiani – l’afflusso di profughi è andato intensificandosi. Il Paese del Sorriso – ora sotto la tutela militare – è firmatario delle leggi internazionali che regolano il trattamento umano dei prigionieri e proibiscono l’incarcerazione di minori (ancor più se in strutture detentive per adulti) ma vede estesi abusi della legge. Allo stesso tempo, per chi riesce a non farsi identificare e sceglie una vita in bilico, sicurezza e possibilità di sostentamento restano limitate. Sono 11.500 i richiedenti asilo di ogni provenienza in Thailandia e si calcola che siano 2.500 i cristiani pachistani. In buona parte non dispongono di alcuna tutela umanitaria e anche per questo vanno moltiplicandosi gli appelli affinché organismi internazionali e diplomazie intervengano per impedire – con tutele adeguate in loco ma anche e soprattutto con l’accoglienza in un Paese terzo – un rientro in patria per molti rischioso. La scelta dei cristiani pachistani in fuga di dirigersi verso la Thailandia è influenzata da vari fattori: la relativa vicinanza geografica, la possibilità per i pachistani di ottenere un visto turistico di 30 giorni, la tolleranza finora verso aree di illegalità purché non risultassero destabilizzanti per la società locale. Come indicato da operatori umanitari, i fuggiaschi «non possono lavorare, devono fuggire e nascondersi continuamente, non possono guadagnare, non possono disporre di cibo adeguato o di un rifugio, non possono avere medicinali. Di conseguenza, tutto quello che è necessario alla sopravvivenza deve essere fornito da altri». Una situazione insostenibile, accentuata dall’incertezza delle prospettive. Fino a poco tempo fa l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati impiegava mesi per attribuire la qualifica di rifugiato, ma le  Chiese e congregazioni cristiane locali riuscivano lo stesso a soddisfare le necessità essenziali dei profughi. Con il passare del tempo, invece, la situazione si è fatta drammatica anche sul piano assistenziale, oltre su quello di una ricollocazione. Di conseguenza risulta essenziale salvare il maggior numero possibile di individui dalla detenzione. Il pagamento di una cauzione è l’unica soluzione, ma il costo – che supera sovente i 1.000 euro – la rende una possibilità a volte irraggiungibile.  L'articolo Cristiani in fuga dal Pakistan, pugno di ferro della Thailandia sembra essere il primo su Mondo e Missione.
>> leggi di più

Dai poveri delle Villas Miserias alla canonizzazione di Nazaria Ignacia (dom, 14 ott 2018)
Tra i nuovi santi che papa Francesco ha proclamato oggi in piazza San Pietro – accanto all’arcivescovo martire Romero e a Paolo VI – c’è Nazaria Ignacia March Mesa (1889-1943), la fondatrice di un ordine di suore in prima linea tra migranti e vittime della violenza nelle periferie dell’America Latina, comprese le Villas Miserrias di Buenos Aires. E con una superiora oggi santa che chiedeva apertamente alla Chiesa il diaconato femminile   Una donna determinata, con una chiamata a essere missionaria di amore e a servire i poveri: Nazaria Ignacia March Mesa (1889 –1943) oggi verrà proclamata santa. Originaria di Madrid, si trasferì con la famiglia in Messico e, una volta ordinata religiosa, venne mandata in missione a Oruro in Bolivia, dove fondò nel 1925 la congregazione delle Missionarie Crociate della Chiesa (in spagnolo Misioneras Cruzadas de la Iglesia). Suor Delia Báez Espínola, argentina, prova oggi a seguire il suo carisma di vicinanza ai poveri, insieme a tante altre religiose in quattro continenti e ventuno Paesi del mondo. È proprio durante questo suo servizio come Missionaria che Suor Delia ha conosciuto Papa Francesco (all’epoca arcivescovo). Con lui ha operato per sette anni nei sobborghi periferici di Buenos Aires, chiamati Villas Miserias, condividendo difficoltà e soddisfazioni. Erano i tempi in cui Jorge Mario Bergoglio girava con i mezzi pubblici, viveva in un appartamento, si cucinava da solo i pasti, ma era già dedito alla cura degli ultimi della società. «Quando molti migranti da Bolivia, Paraguay e Perù arrivarono in Argentina, molti bambini non avevano i documenti e quindi non potevano andare a scuola – racconta Suor Delia -. Io e Bergoglio allora fondammo una scuola per questi migranti che funziona anche oggi». La scuola si chiama San Gaetano ed è nella villa 17, luogo malfamato di Buenos Aires. Ancora oggi la missionaria è al fianco dei poveri, cercando di portare avanti il carisma della madre fondatrice Nazaria Ignacia, per la cui canonizzazione ha voluto essere presente a Roma, insieme ad altre consorelle. «In un momento molto difficile a livello economico nel 1983, quando lavoravo nella Villas Miseria, Nazaria Ignacia ci aiutò – rivela Suor Delia -. Mi trovavo con un gruppo di donne povere e cercavamo una somma di denaro indispensabile per pagare un debito. Il gruppo di donne pregò la Madre Nazaria e una donna venne fuori dal nulla. Nessuno la conosceva o l’aveva mai vista prima, ma aveva con sé esattamente il denaro di cui avevamo bisogno». È un episodio che la colpisce sempre, ogni volta che ci ripensa e le dà forza per tutte le difficoltà che incontra quotidianamente. Le Missionarie Crociate della Chiesa operano in posti complicati e affrontano spesso situazioni di disagio, sfruttamento, criminalità. «In Honduras c’è molta povertà e la maggior parte dei padri sono fuori a lavorare negli Stati Uniti. A volte mandano denaro per permettere loro di andare a scuola – continua Suor Delia -. La situazione di violenza è molto alta e si sa che molti appartengono alle maras, le gang criminali». Le Missionarie Crociate della Chiesa non son fatte per scoraggiarsi, tanto che la Madre Ignazia usava dire “Avanti sempre!” (“Adelante, siempre adelante”). «Oggi dobbiamo avere lo stesso coraggio per affrontare le sfide che la Chiesa e la società ci mettono davanti – afferma Madre Daniela Pérez Ortiz, Superiora Generale delle Missionarie Crociate –. Ovunque andiamo, ci troviamo a contatto con la povertà, l’ineguaglianza, l’ingiustizia, le migrazioni, la tratta di persone, l’educazione». Le Missionarie Crociate della Chiesa hanno opere sociali in tutto il mondo come case per adolescenti, case per bambini che hanno subito violenze e la separazione dei genitori. In Guatemala e in Bolivia, per esempio, ci sono case per bambini che hanno subito violenza familiare e in Camerun strutture per bambini di strada a rischio. Il nome della congregazione è stato scelto per mettere in evidenza la totale dedizione ai poveri (“Missionarie”), la militanza nell’amore (“crociate”), l’adesione al Papa (“della Chiesa”). «La nostra madre fondatrice voleva essere un prete e per questo parlava spesso del diaconato femminile – spiega Madre Daniela -. La promozione delle donne era molto importante, tanto che fu la prima a fondare nel 1933 un sindacato per le donne con l’obiettivo di dare loro istruzione, perché potessero essere attive nella società e nelle loro case». Tra le Missionarie Crociate giunte a Roma per le canonizzazioni c’è anche Suor María Victoria Azuara, miracolata da Nazaria Ignacia. «Mi ha curato da un’emorragia cerebrale nel 2010 – spiega -. Avevo perso la capacità di parlare, perso la memoria, non sapevo più chi fossi ed ero come un robot. Rimasi in ospedale per tre giorni e poi mi mandarono a casa, ma senza neppure le medicine». Iniziò allora una campagna di preghiera da parte di tutta la congregazione affinché Suor María Victoria potesse guarire. «Dopo undici giorni ho ricominciato a parlare – rivela -. Erano tutti sconvolti, tranne me che potevo parlare di nuovo». Nella risonanza cerebrale fatta di lì a poco, si vedeva chiaramente il danno provocato dall’emorragia cerebrale, tanto che anche i dottori erano increduli. «Non si può spiegare: sono Dio e la mia madre fondatrice che mi hanno curato», sostiene Suor María Victoria. La Consulta medica della Congregazione delle Cause dei Santi ha riconosciuto l’inspiegabilità scientifica della guarigione il 22 settembre 2017, aprendo così le porte alla canonizzazione di Nazaria Ignacia.  L'articolo Dai poveri delle Villas Miserias alla canonizzazione di Nazaria Ignacia sembra essere il primo su Mondo e Missione.
>> leggi di più

Quando Paolo VI disse: «Il Papa si fa missionario» (sab, 13 ott 2018)
Il 18 ottobre 1964 – nella Giornata missionaria mondiale – Montini presiedette la canonizzazione dei martiri dell’Uganda. E fu in quell’occasione che, annunciando il suo viaggio apostolico in India, pronunciò parole bellissime sul senso dell’universalità della Chiesa e della missione «ad gentes» che la sua canonizzazione ci invita a riscoprire   In queste ore che accompagnano la sua canonizzazione vengono ripercorsi tanti volti di Paolo VI. Ma ce n’è uno che il mondo missionario non può rinunciare a ricordare: il suo sguardo ampio sul mondo, così prezioso da ritrovare oggi. Montini fu un Papa dichiaratamente missionario. E una delle pagine più belle del suo magistero sulla missione fu il viaggio che compì in India nel dicembre 1964. Tutti ricordano il viaggio in Terra Santa del 1963 come il primo di un Papa sulle strade del mondo e certamente questo è vero. Ma il viaggio nei Luoghi di Gesù avrebbe potuto benissimo restare un unicum: la vera scelta di una «Chiesa in uscita» – come diremmo oggi – Montini la compì l’anno dopo con il viaggio a Bombay. Un viaggio che – significativamente – fu annunciato nel contesto della Giornata missionaria mondiale 1964 e durante il rito della canonizzazione dei martiri dell’Uganda. Le parole che proponiamo qui sotto – con cui Paolo VI spiegò il 18 ottobre 1964 ai padri conciliari i motivi della sua scelta – rimangono tuttora una delle pagine più belle mai scritte sul senso della missione nel mondo di oggi.    ——————————————————————   «Di fronte al risveglio dei popoli nuovi, sentiamo crescere in noi la convinzione che sia nostro dovere, un dovere d’amore, avvicinare con un dialogo più fraterno questi stessi popoli, dare loro un segno della nostra stima e del nostro affetto, manifestare come la Chiesa cattolica capisce le loro legittime aspirazioni, per aiutare il loro sviluppo libero ed equo per vie pacifiche di fratellanza umana e anche per rendere più facile, quando liberamente lo vogliono, l’accesso alla conoscenza di Cristo che noi crediamo costituisca per tutti la vera salvezza e il più originale e meraviglioso interprete delle loro stesse aspirazioni più profonde. Tale è la forza di questa convinzione che ci sembra di non dover rifiutare l’occasione, o piuttosto, l’invito che ci viene rivolto con insistenza ad andare a incontrare un grande popolo, nel quale ci piace vedere simboleggiata l’immensa popolazione di un intero continente, per portare il nostro messaggio sincero della fede cristiana. Quindi, vi informiamo, fratelli, che abbiamo deciso di prendere parte al prossimo Congresso Eucaristico Internazionale a Bombay. È la seconda volta che annunciamo in questa basilica un nostro viaggio, fino ad ora completamente estraneo ai costumi del nostro ministero pontificio apostolico. Ma crediamo che allo stesso modo del primo viaggio in Terra Santa, questo alle porte dell’Asia immensa, del nuovo mondo moderno, non sia estraneo alla natura, ancor più, al mandato del nostro ministero apostolico. Sentiamo nel nostro cuore solenni e urgenti le parole sempre vive di Gesù Cristo: “Andate e annunciate a tutte le nazioni” (Mt 28,19). Non è infatti il desiderio di novità o di viaggiare che ci spinge a questa decisione, ma solo lo zelo apostolico di portare il nostro saluto evangelico agli immensi orizzonti umani che i tempi nuovi aprono davanti ai nostri passi e il solo scopo è di offrire a Cristo Signore una testimonianza di fede e di amore più ampia, più viva e più umile. Il Papa si fa missionario, si dirà. Sì, il Papa si fa missionario, che vuol dire apostolo, testimone, pastore in cammino. Siamo felici di ripeterlo in questa Giornata Missionaria Mondiale. Il nostro viaggio, anche se brevissimo e semplicissimo, circoscritto a una sola stazione, dove a Cristo presente nell’Eucaristia è tributato solenne omaggio, vuole essere un attestato di riconoscenza per tutti i missionari di ieri e di oggi che hanno consacrato la loro vita alla causa del Vangelo e per coloro che, seguendo le orme di san Francesco Saverio, hanno “fondato la Chiesa” con tanta dedizione e frutto in Asia e in particolare in India; vuole anche essere un’adesione simbolica, un’esortazione e un incoraggiamento a tutti gli sforzi missionari della Santa Chiesa cattolica; vuol essere prima e pronta risposta all’invito missionario che il Concilio ecumenico in corso lancia alla Chiesa, affinché ciascuno che le è membro fedele accolga in sé l’ansia della dilatazione del Regno di Cristo; vuole essere uno stimolo e un applauso per tutti i nostri missionari sparsi in tutto il mondo e per coloro che li sostengono e li aiutano; vuole essere un segno di amore e di fiducia per tutti i popoli della Terra. E beati i martiri dichiarati oggi cittadini del cielo che aprono il nostro spirito a tali propositi; che siano loro a infonderci coraggio, gioia e speranza, in nomine Domini».   ———————————————– Altrettanto importanti sarebbero state poi le parole pronunciate di ritorno da quel viaggio, segnato dalla sorprendente accoglienza e amicizia che una grandissima folla di persone non cristiane riversò su Paolo VI. Volle parlarne immediatamente all’Angelus, appena rientrato a Roma. «Vi portiamo  il saluto dei popoli che abbiamo incontrato nel nostro pellegrinaggio – disse -. Le loro dimostrazioni non erano soltanto per la nostra persona, ma per quanto rappresentiamo e quindi anche per voi che ci siete figli e fratelli. Appunto di quei popoli vi additiamo l’esempio di religiosità, di pazienza, di laboriosità, di umiltà serena e consapevole, e sempre piena di speranza e di bontà. Tutto ciò dimostra come, nel mondo di oggi, le relazioni, anche fra gli individui ed i popoli più lontani, sono possibili e diventano, anzi, il costume al quale dobbiamo abituarci. Perciò occorre ognor più studiarci di conoscere, amare, rispettare, aiutare gli altri. Questo è il principio che deve governare la mentalità, la formazione degli uomini di oggi e di domani. Quanto si è verificato rivela come il cristianesimo, che è la religione dell’amore e che predica la carità per i fratelli, il rispetto per ogni anima umana, sia la vera religione, e proprio del tempo presente. Possiede una sua attualità e modernità che noi stessi   L'articolo Quando Paolo VI disse: «Il Papa si fa missionario» sembra essere il primo su Mondo e Missione.
>> leggi di più