Novità del PIME

Mondo e Missione

Il pittore dei Khmer Rossi (lun, 24 set 2018)
Vann Nath (1946-2011) fu uno dei sette sopravvissuti della prigione S-21 di Phnom Penh, dove i Khmer Rossi trucidarono 17 mila persone. In un libro, da poco tradotto in italiano, la sua preziosa testimonianza contro gli orrori del genocidio cambogiano   Quarant’anni fa, una mattina di gennaio del 1978, Vann Nath varca la soglia di un luogo terribile. È una prigione di Phnom Penh, la capitale cambogiana. Si chiama Tuol Sleng, “la collina del mango selvatico”, un nome poetico per un ex liceo diventato noto con la sigla S-21. È un’autentica fabbrica della morte, un’Auschwitz asiatica creata dai Khmer Rossi, dove 17 mila persone – ma alcune fonti parlano di 20 mila – furono eliminate. Solo sette ne sono uscite vive. Uno di loro sarà Vann Nath. La sua storia è raccontata in un memoir, scritto nel 1998, che la casa editrice Add ha da poco pubblicato in italiano, con il titolo Il pittore dei Khmer Rossi. Vann è morto nel 2011 per un attacco cardiaco, ma questo libro è una testimonianza preziosa di quanto è accaduto in quel luogo infernale, durante i tre anni, otto mesi e venti giorni in cui il regime di Pol Pot scatenò uno dei più cruenti genocidi della Storia del Novecento. Un numero imprecisato di cambogiani – che oscilla fra un minimo di un milione e mezzo fino a oltre tre milioni, secondo fonti differenti – venne trucidato in campi di prigionia, oppure trovò la morte per eccesso di lavoro, fame o malattia.     Fino al mese di dicembre 1977, quando viene arrestato, Vann Nath e la sua famiglia se l’erano cavata discretamente. Vann era originario di un villaggio contadino a trecento km dalla capitale. I Khmer Rossi ce l’avevano soprattutto con la gente di città, il “popolo nuovo”, non solo i borghesi e gli intellettuali ma chiunque non fosse un contadino. Vann era stato educato in un monastero buddhista, che aveva lasciato per dedicarsi alla sua passione, la pittura. Dipingeva cartelloni pubblicitari, nella città di Battambang, che aveva lasciato dopo la presa di potere dei comunisti per rifugiarsi in campagna, dove coltivava riso agli ordini dei Khmer Rossi. Milioni di persone sono state arrestate sotto Pol Pot, senza un motivo preciso. Quando viene fermato e portato via, Vann si domanda quale errore abbia commesso. Ma non c’è una spiegazione: il potere dell’Angkar – il partito, unico arbitro della vita e morte nella Kampuchea democratica – è assoluto e capriccioso, e si fonda sul terrore. «I Khmer Rossi sono eliminazione. L’uomo non ha alcun diritto», ha dichiarato Duch, il comandante della prigione S-21 in un’intervista. “Meglio uccidere per errore che tenere per errore”, recita uno degli slogan dell’epoca. Il regime non si fida di nessuno. In carcere, Vann Nath pensa di andare incontro alla morte, come tutti i suoi compagni, quando viene convocato per un interrogatorio. Una sorpresa lo attende: davanti a lui, c’è il capo della prigione, quel Duch che nel 2010, nel processo del tribunale cambogiano per i crimini commessi dai Khmer Rossi, sarà condannato a 35 anni di carcere, poi tramutati in ergastolo. Il partito è venuto a conoscenza del suo talento come pittore. Da quel momento, Vann ottiene condizioni detentive più morbide e soprattutto viene nutrito, perché possa dipingere ritratti di Pol Pot. Sarà la sua salvezza.     Il 7 gennaio 1979, innanzi al sopraggiungere delle forze vietnamite, la prigione viene evacuata. Vann e i suoi compagni lasciati in vita sono costretti a seguire le guardie, ma durante la fuga dalla capitale ritrovano l’agognata libertà. Qualche mese dopo, il nuovo governo chiede al pittore di collaborare alla realizzazione di un Museo del genocidio nella prigione S-21, che viene aperto al pubblico il 7 gennaio 1980. I Khmer Rossi schedavano e fotografavano tutti loro prigionieri, con la stessa meticolosità dei nazisti. Non ci sono foto, invece, delle torture inflitte ai prigionieri, dei massacri e delle fosse comuni. Suppliscono a questa mancanza i quadri di Vann Nath, che per anni presso il Museo ha dipinto quanto ha visto in quel anno orribile della sua vita passato in prigione. Il loro realismo un po’ naif è efficace: indigna e colpisce al cuore. Come racconta nel suo libro, Vann ha passato il resto della sua vita e cercare di sapere e di capire. Ha incontrato di nuovo alcuni dei suoi aguzzini, ed è stato un testimone cruciale al Tribunale speciale per i Khmer Rossi. Serbare la memoria è diventato lo scopo della sua esistenza. «Se il Museo verrà abbandonato o adibito ad altro scopo, significa che gli uomini, le donne e i bambini che sono morti lì sono stati, di fatto, eliminati e che le loro morti sono prive di significato», scrive Nath. «Voglio tenere viva la memoria affinché i visitatori stranieri e le nuove generazioni di cambogiani possano comprendere cosa è avvenuto in quel periodo. I nostri figli devono imparare a non trattare mai gli esseri umani come animali, o anche peggio degli animali». Molti dei criminali del regine dei Khmer Rossi sono morti impuniti, incluso Pol Pot. Vann Nath era buddhista e fino all’ultimo non ha mai smesso di credere in una giustizia, che non se non è qui, sarà altrove. «Si raccoglie ciò che si ha seminato», conclude. «Pol Pot e i suoi alleati mieteranno le azioni che hanno commesso». Vann se n’è andato, con il cuore in pace. Ma le sue parole, in questo libro che si legge d’un fiato, continuano a testimoniare l’inferno, e restano un monito a vigilare, perché non accada di nuovo.    L'articolo Il pittore dei Khmer Rossi sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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La chef del Chiapas che mette in padella la tradizione (sab, 22 set 2018)
Claudia Albertina Ruiz Sàntis, chef messicana originaria del Chiapas attesa al Salone del Gusto di Torino, a 14 anni ha sfidato la tradizione indios prevista per le donne. Oggi recupera quelle origini con un ristorante che serve solo ricette indigene, cucinate con prodotti a chilometro zero Croce e delizia. Nella vita di Claudia Albertina Ruiz Sàntis, chef messicana originaria di San Juan Chamula nello stato del Chiapas, la tradizione degli indios dell’altopiano è stato il motivo per scappare e allo stesso tempo l’occasione per ritornare a casa. La sua storia – che racconterà lei stessa oggi al Salone del Gusto di Torino – ha a che fare con la cucina ma soprattutto con la tradizione. Fin dall’inizio, infatti, Claudia ha deciso di sfidare i costumi della sua comunità indigena che limita le potenzialità delle ragazze, relegandole a mogli e casalinghe. «Quando finisci la scuola – mi dicevano – se la finirai, ti sposerai. Mio nonno nascose le sue figlie nelle pentole pur di non farle trovare dagli insegnanti che venivano a controllare se ci fossero donne in età scolare». A 14 anni, invece, Claudia si è rifiutata di sposarsi e si è iscritta all’Università del Chiapas nella facoltà di Scienze e arti. Una scelta «ribelle» come la definisce spesso l’interessata che però è solo un tassello del controverso rapporto di Santis con le proprie origini. La prima cosa che la donna fa mentre sta terminando gli studi, è trovare un modo per far conoscere al Paese i piatti della tradizione indigena del Chiapas, ignorati dalle portate della stragrande maggioranza dei ristoranti messicani. Dovendo scegliere il lavoro di tesi, Claudia finisce a scrivere un manuale di ricette in due lingue, spagnolo e tzotzil, lingua madre degli indios. Proprio il suo libro la fa incontrare con Enrique Olivera, chef del rinomato ristorante Pujol di Città del Messico, che la invita a far parte della sua squadra. A meno da una settimana dalla laurea, l’aspirante cuoca è già al lavoro nella capitale. Qui Claudia si fa le ossa, ma anche nell’ambiente gastronomico trova discriminazioni legate al suo essere donna e per di più indigena. «In quel periodo, la rettitudine nel lavoro era la forma più coraggiosa della mia lotta» spiega Claudia, che decide di tornare a San Cristobal de las Casas e di aprire – nel luglio 2016 – un ristorante tutto suo che chiama Kokonò, parola tzotzil per indicare la pianta di tè nativa dell’epazote. L’obbiettivo è far conoscere e salvare la cucina tradizionale delle popolazioni indigene del Chiapas attraverso una proposta gastronomica regionale. Lo chef, infatti, compra le materie prima per le sue ricette solo da piccoli produttori locali e usa esclusivamente cibi stagionali come suggerisce la filosofia di Slow Food, rete alla quale Claudia ha aderito come membro dell’Alleanza dei cuochi. «Gli chef messicani non cucinano con ingredienti usati dalla popolazione indigena. Stiamo dimenticando la cucina messicana e chiapaneca, perché abbiamo a disposizione cibo da altre parti del mondo. Caffè, cacao e formaggio possono rappresentare il Chiapas, ma non c’è motivo di limitarci a questi prodotti». A due anni dall’apertura, l’idea di Kokonò e della sua fondatrice sembra avere successo come suggeriscono le decine di recensioni da cinque stelle sulla pagina Tripadvisor del locale. «Contro le discriminazioni – dice – lascerò sempre parlare il mio lavoro».   Foto: dalla pagina Facebook del Ristorante Kokonò   L'articolo La chef del Chiapas che mette in padella la tradizione sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Milano e la fede dei giovani immigrati (gio, 20 set 2018)
Un’indagine dell’Osservatorio Giovani dell’Isituto Toniolo mette sotto i riflettori la religiosità dei figli delle famiglie immigrate: credenti, ma meno attaccati alla tradizione e più aperti al dialogo   Come si trasmette la fede all’interno delle famiglie immigrate? E quali differenze tra il modo di vivere la religiosità dei giovani e quello dei loro genitori? Sono i temi che affronta la ricerca «Di generazione in generazione. La trasmissione della fede nelle famiglie con background migratorio», realizzata dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e presentata oggi a Milano nell’ambito del cammino del Sinodo dalle genti, voluto dall’arcivescovo Mario Delpini per affrontare il tema di come cambia il volto della Chiesa ambrosiana a partire dalla presenza dei migranti cristiani giunti in Lombardia dai quattro angoli del mondo. Curata da Rita Bianchi, Fabio Introini e Cristina Pasqualini – ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – e raccolta in un volume edito da Vita e Pensiero, l’indagine offre una fotografia interessante, frutto di 149 interviste condotte tra giovani tra i 18 e i 29 anni di diverse religioni (cattolici, ma anche cristiani di altre confessioni, musulmani, sikh, buddhisti…) ma anche genitori e guide spirituali delle comunità immigrate a Milano. Secondo i ricercatori l’esperienza migratoria non solo non ha fatto perdere loro la fede, ma ha addirittura aumentato l’attaccamento ad essa, rinforzandola. Anche per questo motivo i migranti di prima generazione considerano importante riuscire a trasmetterla ai propri figli. Questi ultimi, pur rispettando le peculiarità dei propri genitori, hanno, invece, iniziato a interiorizzare alcune caratteristiche che il rapporto con la fede assume presso i giovani italiani. Come questi, tendono infatti a privilegiare una fede che non si accompagna necessariamente a una forte appartenenza o a un legame con le istituzioni che la rendono esperienza collettiva e ne guidano la pratica. «Oltre ad essere “nativi cosmopoliti”, i giovani di oggi sono orientati a un forte pragmatismo, cioè alla voglia di fare, di costruire, di impegnarsi – ha commentato durante la presentazione fabio Introini, uno dei curatori -. Dalla ricerca emerge che tutti i leader intervistati hanno riconosciuto, seppur con gradazioni diverse, una certa “protestantizzazione” della fede giovanile, vissuta tendenzialmente in modo più privato che pubblico». Riguardo alla pratica religiosa per molti giovani migranti cattolici e ortodossi è sentita come una pesante e arrugginita armatura, da indossare controvoglia, in un contesto socio-culturale sempre più secolarizzato. Per i musulmani, i sikh e in misura decisamente minore per i buddisti, la fatica di raccogliere il testimone sta nel dover fare consapevolmente la scelta di praticare una fede cui tutto il contesto è tendenzialmente ostile (musulmani) o che impone regole e precetti che rendono così marcatamente diversi, da doversi continuamente spiegare (sikh). Le giovani generazioni, per lo più nate e cresciute in Italia sono contaminate dall’incontro con la cultura del Paese ospitante, che produce un effetto di ibridazione, ma soprattutto una sorta di ammorbidimento di alcuni elementi. Il valore del rispetto reciproco è importante per tutti gli intervistati. Il pluralismo, in questa visione, esalta la libertà di scelta, rende consapevoli delle basi del proprio credo, consente di metterle in discussione e le sottopone a costruttiva critica. Ci si può, come emerge dal racconto di alcuni giovani, costruire una fede personale che supera l’educazione standard e diventa un’esperienza vissuta ad un livello più alto di approfondimento. «Al contrario di quando spesso affermano i politici, non è vero che il mondo sta cambiando perché arrivano i migranti, ma piuttosto è vero il contrario: il mondo è cambiato ed è per questa ragione che giungono da noi persone da altre parti del mondo – ha detto commentando i risultati don Alberto Vitali, responsabile della pastorale dei migranti dell’arcidiocesi di Milano -. Con il Sinodo “Chiesa dalle Genti”, che si concluderà il prossimo 3 novembre, la Diocesi di Milano si è messa davanti allo specchio e ha preso atto di questa realtà: per noi cattolici è più importante il battesimo della nazionalità scritta sul passaporto. La Chiesa ambrosiana deve imparare a parlare a fedeli che hanno incontrato la nostra stessa fede in altre parti del mondo e che ora sono tra noi, cominciando proprio dai giovani».    L'articolo Milano e la fede dei giovani immigrati sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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«Filippine: uccisi dalla miniera, non dall’uragano» (mar, 18 set 2018)
Mentre continua a salire il bilancio delle vittime della frana causata dal super tifone Mangkhut, padre Edwin Gariguez della Caritas filippina punta il dito contro la miniera che operava nella zona: «Quando l’anno scorso è stata ordinata la chiusura ha subappaltato l’attività ai piccoli cercatori d’oro anziché risanare l’ambiente»   Nella parte settentrionale dell’isola di Luzon nelle Filippine è salito a quota 74 il bilancio dei morti causati dal super tifone Mangkhut sulle montagne di Itogon nella provincia di Benquet, dove una frana ha spazzato via le case dei piccoli cercatori d’oro e delle loro famiglie. Con il passare delle ore sta però emergendo anche come questa tragedia non sia affatto legata solamente al fenomeno climatico. A denunciarlo è padre Edwin Gariguez – sacerdote filippino noto per le sue battaglie ambientaliste (nel 2012 ha ricevuto anche il premio Goldman, considerato il Nobel per la difesa dell’ambiente) e oggi anche segretario generale della Nassa, la Caritas delle Filippine. Padre Gariguez punta il dito contro la Benquet Corporation, una società mineraria che dopo aver sfruttato questo territorio per estrarre l’oro l’avrebbe poi lasciato in una situazione di estrema vulnerabilità. Secondo quanto ricostruito dal sacerdote filippino la miniera della compagnia era una di quelle che l’anno scorso l’allora ministro dell’Ambiente delle Risorse naturali Gina Lopez aveva fatto chiudere perché non in regola con le normative ambientali. L’area era previsto che fosse bonificata, ma la Benquet Corporation non avrebbe fatto altro che subappaltare l’estrazione d’oro ai piccoli minatori di fatto andando avanti con la propria attività. «Questa comunità è diventata più vulnerabile ai disastri naturali proprio per l’attività distruttiva della Benquet Corporation – commenta padre Garriguez -. È necessario che sia riconosciuta come responsabile, perché giustizia significa riparazione del danno». In seguito alla tragedia le autorità filippine hanno vietato ieri ogni attività estrattiva ai piccoli cercatori d’oro in tutta la regione amministrativa della Cordillera. «Ma il ministero dell’Ambiente dovrebbe essere in prima linea per far sì che le grandi compagnie si assumano le loro responsabilità – aggiunge ancora padre Garriguez -. Più spesso invece, anziché con le comunità più povere, stanno dalla parte delle aziende minerarie».   Foto: tratta dal sito cbcpnews.net (Ciriaco Santiago III)  L'articolo «Filippine: uccisi dalla miniera, non dall’uragano» sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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