Novità del PIME

Mondo e Missione

Ciò che salva l’amore (gio, 21 feb 2019)
Sothie alla richiesta del professore di spiegare «che tipo di salvezza è quella del Cristo in croce», non ha saputo rispondere e la domenica dopo mi ha girato la domanda. Anch’io, lì per lì, ho fatto fatica… «Nulla assomiglia tanto al Paradiso quanto un conto in banca ben fornito» (1) Sothie è un giovane di ventidue anni, curioso e intraprendente. Le circostanze della vita ne hanno però rallentato il passo e frequenta ancora l’ultimo anno del liceo. Per il momento non ha ricevuto il Battesimo anche se vorrebbe, ma aspettiamo che termini la scuola e manifesti un po’ più di coraggio. Tant’è che alcuni giorni fa, nel corso di una lezione sulle diverse religioni, alla richiesta del professore di spiegare «che tipo di salvezza è quella del Cristo in croce», non ha saputo rispondere e la domenica dopo mi ha girato la domanda. Anch’io, lì per lì, ho fatto fatica! Da queste parti il sentire comune, influenzato da un certo retaggio culturale cinese, intende la religione come mezzo per ottenere tre cose: la salute, la prosperità (tanto più economica), l’armonia nelle relazioni. L’iconografia religiosa sempre di ascendenza cinese, presenta spesso la figura del Budda di colore oro e di fattezze abbondanti, prosperoso e sorridente. Sono i tratti della fortuna e del successo. Della salvezza, appunto. Una religione, con le sue pratiche e i suoi rituali, dovrebbe servire a questo. Non a crocifiggere, ma a guadagnare e possibilmente godere. È evidente che in un simile contesto, «nulla assomiglia tanto al Paradiso quanto un conto in banca ben fornito». Almeno fino a quando un qualsiasi Monte dei Paschi, in versione aggiornata con gli occhi a mandorla, non decida di piantarci in asso. Se poi persino i legami più cari cominciano a cedere, finiamo con l’accontentarci di partner inumani, di cani, di gatti, fieri di comprare loro cibo gluten-free. A un passo dall’idolatria, finiamo con il mettere la nostra libertà e intelligenza nelle mani di un indovino o di un qualsiasi amuleto pur di avere «un qualche godimento e soprattutto una sicura quiete» (2). Tornando a Sothie e alla domanda su «che salvezza è quella del Cristo in croce», ho trovato nel viaggio del patriarca Abramo una prima ispirazione che “ribalta” la religione. Abramo infatti lascia la sua terra, ma per tornare a casa, perché si muove secondo la promessa di Dio. La sua casa e la prosperità del suo popolo, sono in quella chiamata. Dopo di lui, la religione non è più questione di salute, prosperità o armonia, ma di risposta ad una chiamata. Che ha a che fare con la nostalgia di una casa, di un luogo, da cui si proviene e a cui si anela. Un casa, non un mercato o una scommessa o una vincita. Una casa, fatta di legami di origine, di genealogie, di padri, di madri, di figli. Spesso malati, fragili, perdenti. Ché poi alcuni studiosi traducano l’imperativo di Dio ad Abramo, «Vattene-Lek-leka!» con «va’ verso te stesso!», è perché la salvezza, la terra promessa, ha a che fare con quei legami che ci fanno da “dentro”. Quanto al Crocifisso invece, traggo una seconda ispirazione dall’espressione di S. Paolo, «quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni…» (Gal 5,24). Che se na fa Sothie di una salvezza così impopolare che spesso anche noi cristiani censuriamo? Se la salute, la prosperità e l’armonia, hanno a che fare con il corpo, perché crocifiggerlo? Qui il Cristianesimo si gioca tutto. Sarebbe “facile” ricorrere ad un santo qualsiasi, ma preferisco un maestro di segno opposto, Gabriele D’Annunzio. Nel suo romanzo, Il trionfo della morte, Giorgio, il protagonista, ama e possiede la sua donna. Spinge la passione fino all’estremo, ma ad un certo punto si ferma. Sente che non gli basta più quell’orizzonte, fatto solo dalle sue mani e dalla sua amante, sovente ridotta a preda. Al culmine della passione-possessione – scrive D’Annunzio di Giorgio – «egli s’arrestò, invaso dall’angoscia essendo giunto al limite estremo della sensazione e non potendo trascenderlo». Gli amanti – continua – «Non parlarono più…». Insieme ma soli, dentro quell’«urto tremendo / l’urlo mortale / delle parole non nate» – scrive Antonia Pozzi in La porta che si chiude. Qui dove si spegne l’amore degli amanti e il «limite estremo della sensazione» non basta più, con S. Paolo bisogna provare a crocifiggere la carne. Che non significa ridurre la passione, ma spingerla più avanti, oltre quel limite, passando dal sesso al senso, trasformando quella carica in una consegna di sé e della persona amata a Qualcuno che può amarla meglio e più di noi, anche se solamente attraverso di noi. Qui “crocifiggere” assomiglia a “salvare” cioè “trasformare” il possesso in una passione più alta. Amare con l’amore stesso del Crocifisso e sperare che la persona amata possa incontrare Dio. Questo è il segreto che salva l’amore. Tornando a Sothie, mi basta che non si venda a qualche idolo, ma si spenda dentro una genealogia, una storia di relazioni vere. E non incateni a sé le persone che ama – morirebbero soffocate – ma desideri per loro che conoscano il Dio di Abramo e di Gesù. 1. S. Viderman, Il denaro. In psicanalisi e al di là, Milano 1993, 124. 2. S. Petrosino, L’idolo. Teoria di una tentazione dalla Bibbia a Lacan, Milano-Udine 2015, 87.  L'articolo Ciò che salva l’amore sembra essere il primo su Mondo e Missione.
>> leggi di più

Morbillo nelle Filippine: 130 morti in pochi giorni (Wed, 20 Feb 2019)
Ci sono aree del mondo dove il morbillo è ancora tremendamente diffuso. E quando il pregiudizio nei confronti dei vaccini si fa strada anche lì diventa ancora più pericoloso. È quanto sta accadendo in queste ore nelle Filippine a causa di un’epidemia. E anche la Chiesa ha lanciato un appello: vaccinate i bambini   Centotrenta persone (in maggioranza bambini) morte nelle ultime settimane a causa di un’epidemia di morbillo. È il bilancio pesante che arriva dalle Filippine, alle prese con un’ondata anomala di contagi in un Paese dove nelle aree periferiche il morbillo resta già di suo una malattia molto insidiosa. Secondo i dati diffusi dalle autorità filippine, sono circa 8400 le persone contagiate questa settimana. Ma la causa di questa impennata sarebbe da ricercare anche qui nella crescita della diffidenza della popolazione nei confronti dei vaccini. Secondo quanto riferisce l’agenzia Ucanews ad alimentare le paure della gente sarebbe stato un programma anti-dengue bloccato dal governo per la morte di alcuni bambini associata alla somministrazione del vaccino. Ma la mancanza di chiarezza ha diffuso un timore generalizzato su tutti i vaccini con effetti molto pericolosi. La Chiesa, preoccupata per quanto sta succedendo, si sta mobilitando per promuovere una corretta informazione sui vaccini. Il vescovo di Caceres, mons. Rolando Tria Tirona, ha inviato una lettera pastorale alla sua diocesi in cui chiede ai genitori di portare i figli nei centri sanitari locali affinché vengano vaccinati. “Non lasciamo che le paure infondate nei confronti dei vaccini affliggano le vite dei nostri figli”, ha affermato il prelato. Il vescovo si è poi rivolato alle autorità e alle ong invitandole a “lavorare mano nella mano nella lotta per contenere e sradicare l’epidemia di morbillo”. Ha poi espresso il suo rammarico per la morte di così tanti bambini, provenienti per la maggior parte da famiglie delle comunità più indigenti. Da parte sue padre Dan Vincente Cancino, segretario esecutivo della Commissione episcopale per l’assistenza sanitaria, ha assicurato che gli operatori sanitari hanno aiutato a diffondere le corrette informazioni riguardo alle vaccinazioni nelle aree colpite dall’epidemia. Anche il segretario alla salute delle Filippine Francisco Dunque III si è unito alle dichiarazioni, affermando che con una campagna di immunizzazione il suo dipartimento potrebbe contenere l’epidemia per il mese di aprile. «Nessun se, nessun ma, nessuna condizione… Bisogna solo portare i propri figli (a vaccinare ndr) e avere fiducia che i vaccini li salveranno».  L'articolo Morbillo nelle Filippine: 130 morti in pochi giorni sembra essere il primo su Mondo e Missione.
>> leggi di più

Haiti, la rivolta e i poveri di sempre (Mon, 18 Feb 2019)
La testimonianza di Maurizio Barcaro, laico missionario sostenuto dalla Fondazione Pime Onlus nell’isola caraibica ancora una volta scossa dai moti di piazza: «L’immagine del popolo di Israele in cammino per 40 anni nel deserto, è quella che si adatta meglio per me a questo popolo»   E la storia si ripete…….barricate infiammate, strade bloccate, massa di gente sulle strade a manifestare, soliti giovani che cercano la guerriglia urbana con la polizia, gruppi di approfittatori che saccheggiano e distruggono, morti, feriti, paese bloccato. Immagini viste spesso da qualche mese a questa parte. E successo a luglio quando il governo annunciò l’aumento della benzina e quella volta per calmare gli animi fu silurato il primo ministro. Poi verso la fine di novembre ancora, la folla chiedeva la destituzione del Presidente che sembra sia coinvolto in uno scandalo di corruzione, ma dopo una settimana o poco più tornò la calma. Un po’ di calma per Natale, si diceva, e poi sarebbero tornati sul ‘dossier’. Ed eccoci ora a febbraio, con il caos che regna ovunque in Haiti, esattamente come promesso. Questa volta la gente è più arrabbiata e determinata anche a causa della inflazione paurosa che si e installata da circa un mese e che ha fatto alzare i prezzi di beni di consumo come riso, olio, fagioli, farina, mais e altro anche del 50% in poco tempo. Già i prezzi erano alti prima con i miseri stipendi che la gente comune prende (per chi ha la fortuna di lavorare) figuratevi ora. Siamo a undici giorni di protesta più o meno violenta senza pausa questa volta. Cominciano persino a scarseggiare cibo, medicine e beni di prima necessità. Magazzini, negozi, market non aprono per paura. I saccheggi sono stati molti. Le strade sono bloccate dappertutto e le macchine o i mezzi pubblici non circolano o rischiano di essere prese a sassate o bruciate. Strade di comunicazione che vanno verso il nord o il sud del paese sono tagliate fuori nei due sensi e quindi non circolano provviste alimentari o beni di prima necessità e le cose sono ancora più drammatiche in cittadine come Cap Haitien, Gonaïves, Saint Marc al nord o Cayes, Jacmel e Jeremie verso il sud, sud-ovest. Cittadine che sono rifornite di tutto a partire dalla capitale ma visto che le vie di comunicazione sono bloccate nei due sensi, non c’è nulla che entra o esce. Scarseggia anche la benzina ovviamente, diverse pompe sono state danneggiate e saccheggiate per protesta e quindi anche loro hanno paura. Sotto un punto di vista politico, l’opposizione approfitta della situazione – e in parte è causa della situazione – con la speranza di prendere loro le redini del Paese. Undici giorni e la tensione non sembra diminuire cosi come la determinazione della folla che vuole a tutti i costi che il presidente se ne vada… e questo popolo che con determinazione ha scacciato le truppe di Napoleone e destituito un dittatore come Duvalier o un sognatore come Aristide e tanti altri… non sarebbe una sorpresa se una volta di più riuscisse nel suo intento. Nel frattempo tutto è paralizzato: scuole, banche, negozi, magazzini, commercio, le poche fabbriche di assemblaggio… tutto. I poveri sono già abituati a lottare giorno dopo giorno per trovare di che vivere e quindi per loro non è che sia poi così tragico. Migliaia sono i giovani e i disoccupati che non hanno niente da fare e hanno le tasche vuote e per loro è un diversivo interessante saccheggiare e derubare. E poi ci sono quelli che lottano veramente per la causa. Lottano e parlano per dei prezzi giusti, dei salari equi, per poter mandare i figli a scuola e poter aver la possibilità di essere curati se malati. Tutte cose che qui non sono date per scontate. L’ambasciata americana sconsiglia viaggi ad Haiti e invita il personale non necessario americano ad andarsene e cosi fanno anche canadesi, francesi e persino dall’ambasciata italiana a Panama è arrivato lo stesso invito. Nel frattempo decine di religiosi stranieri sono bloccati in posti di provincia e anche diversi turisti in qualche resort al nord del Paese. Per loro si parla di mobilitare elicotteri per andarli a prendere. L’aeroporto e aperto e ci sono voli che vanno e vengono anche se non tutti. Il problema è come andare all’aeroporto o tornare e immagino che si possa fare molto presto al mattino o tardi di sera quando le barricate sono incustodite e si possono aggirare con le moto. Gli haitiani lo fanno senza problemi, per gli stranieri è un po’ rischioso. Ad Haiti ci sono delle famiglie ricchissime che hanno il controllo fisico dell’economia del Paese. Famiglie che ovviamente non pagano tasse e fanno quello che vogliono. Poi c’è la classe politica… gente alla quale poco importa il credo politico, la prima regola è quella di pensare a se stessi e a famiglia…..di arricchirsi appena si può. Poi ci sono le organizzazioni umanitarie che offrono un palliativo al popolo e un’opportunità ai politici di lavarsi le mani dei problemi del Paese perché tanto ci sono loro. E infine c’è la massa della gente comune, gente più o meno povera che ha imparato da sempre ad arrabattarsi e trovare qualche espediente per vivere, anzi, sopravvivere. Gente che si accontenta e basta loro avere cibo a sufficienza, scuola per i bambini e salute, non hanno pretese esagerate. Sono in Haiti da 25 anni e di situazioni come questa ne ho già vissute e mi fa sinceramente male al cuore che una volta di più ci si ritrovi in una situazione del genere. Francamente questa inflazione è terribile, Certo avvantaggia gente come me che ha un conto in dollari americani in banca ma la gente comune è soffocata da questa inflazione… se ci fosse un modo per il governo di aumentare i salari proporzionalmente (o quasi) all’aumento del cambio gourdes/dollaro la gente potrebbe accettare la cosa; ma così è impossibile per loro. Undici giorni sono passati, per ora noi alla missione non abbiamo troppi problemi. Cibo, acqua, gas, carbone……abbiamo fatto rifornimenti   L'articolo Haiti, la rivolta e i poveri di sempre sembra essere il primo su Mondo e Missione.
>> leggi di più

Si riaccende il Kashmir nell’India alla vigilia del voto (Sat, 16 Feb 2019)
A Pulwama l’attacco più sanguinoso degli ultimi anni con una quarantina di soldati indiani uccisi. E c’è il rischio che il clima di campagna elettorale a New Delhi accentui ulteriormente le tensioni A conferma di un situazione che permane tesa a oltre settant’anni dalla separazione tra India e Pakistan che tagliò in due anche questa regione di struggente bellezza e ampie potenzialità turistiche, il Kashmir rimane una contesa aperta tra i due Paesi, riattivando fiammate di confronto armato sul fronte più elevato al mondo. Tuttavia, la sua tradizione musulmana e un impegno non disinteressato del Pakistan, alimentano anche nella parte annessa dall’India (lo Stato di Jammu e Kashmir), le azioni di gruppi terroristici di matrice islamica che approfittano dell’insoddisfazione e della frustrazione dei musulmani locali che lamentano repressione e disinteresse verso le loro rivendicazioni identitarie e di sviluppo. Dopo alcune settimane in cui si era registrata una recrudescenza nella tensione tra le forze armate dei due Paesi, il giorno di San Valentino c’è stato un agguato a un convoglio militare nel distretto di Pulwama costato la vita a una quarantina di soldati indiani. Si è trattato dell’attacco più letale contro truppe impegnate a controllare il territorio: l’ultimo precedente di questa portata era stato l’imboscata a un accampamento militare che nel 2016 costò la vita a 19 soldati e spinse New Delhi a un’incursione dentro il territorio pachistano. Inoltre l’assalto cade all’inizio della campagna elettorale in vista del voto che coinvolgerà l’India tra aprile e maggio. Che tutto ciò avvenga in un tempo in cui le relazioni indo-pachistane sembravano andare verso una certa distensione e i gruppi militanti locali – come Jaish-e-Muhammad, il cui leader vive da uomo libero in Pakistan nonostante il mandato di cattura internazionale, sembravano messi in difficoltà dalla presenza di mezzo milione di soldati indiani dispiegati nel territorio – inserisce un elemento ulteriore di inquietudine per la fragile pace regionale. Ma apre anche a un fronte difficile per il premier Narendra Modi che cerca nelle prossime elezioni una conferma al ruolo egemone rivestito nell’ultimo quinquennio del suo Bharatiya Janata Party. Come conferma Abhijnan Rej, esperto indiano dei temi della sicurezza: «Una risposta debole alla sfida terroristica attirerebbe su Modi l’accusa di non essere in grado di tutelare la sicurezza nazionale; ma una risposta forte, militare, potrebbe portare a una escalation armata e all’accusa di avere mal gestito la situazione del Kashmir». Sicuramente, sul premier vi sarà ora una forte pressione per un’azione dimostrativa contro gli estremisti che hanno alzato il tiro, con un’azione mai così audace. Basti pensare che l’ultima azione è stata portata contro un convoglio che contava 78 automezzi e 2.500 militari. Un’azione che anche il ministro delle Finanze indiano, Arun Jaitley, ha condannato con fermezza, segnalando in un tweet che ai responsabili «sarà data una lezione indimenticabile per il loro azione atroce». Il governo pachistano, contrariamente ad altre volte, non si è affrettato a negare il proprio coinvolgimento nel massacro, anche se ha sempre negato di offrire sostegno ai gruppi che operano in Kashmir sovente partendo da basi pachistane. L’esecutivo di Imran Khan – uscito dalle elezioni dello scorso luglio – ha mostrato di volere puntare a un rilancio dell’economia, dello sviluppo e della stabilità, sia a beneficio dei troppi poveri, sia per fare rientrare a pieno titolo il Paese nel consesso internazionale che da tanto tempo lo vede come rifugio di terroristi e fallito sul piano della democrazia e dei diritti umani, sempre sotto il ricatto dell’estremismo religioso. Pesano anche il potente apparato militare e i continui investimenti sulla tecnologia missilistica e nucleare bellica. Se un risultato certo vi sarà dopo l’attentato di Pulwama sarà il blocco di ogni trattativa tra i due Paesi almeno fino a dopo le elezioni, lasciando così aperti spazi al terrorismo e alla possibile risposta militare.  L'articolo Si riaccende il Kashmir nell’India alla vigilia del voto sembra essere il primo su Mondo e Missione.
>> leggi di più