Novità del PIME

Mondo e Missione

Diritti umani, prima gli «invisibili» (lun, 10 dic 2018)
In un messaggio in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo la forte denuncia di papa Francesco: «Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati»   Oggi ricorrono i 70 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Assemblea generale dell’Onu il 10 dicembre 1948. Per sottolineare questa ricorrenza papa Francesco ha inviato questo importante messaggio a un simposio che si tiene in queste ore in Vaticano per iniziativa del Dicastero per lo sviluppo umano integrale.   Signor Cardinale, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari fratelli e sorelle, sono lieto di far pervenire il mio cordiale saluto a tutti voi, rappresentanti degli Stati presso la Santa Sede, delle istituzioni delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa, delle Commissioni episcopaliGiustizia e Pace e di quelle per la pastorale sociale, del mondo accademico e delle organizzazioni della società civile, convenuti a Roma per la Conferenza Internazionale sul tema “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni”, promossa dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e dalla Pontificia Università Gregoriana, in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del 25° anniversario della Dichiarazione e del Programma d’azione di Vienna. Mediante questi due documenti, la famiglia delle Nazioni ha voluto riconoscere l’eguale dignità di ogni persona umana,[1] dalla quale derivano diritti e libertà fondamentali che, in quanto radicati nella natura della persona umana – unità inscindibile di corpo e anima – sono universali, indivisibili, interdipendenti e interconnessi.[2] Al contempo, nella Dichiarazione del 1948 si riconosce che «ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità».[3] Nell’anno in cui si celebrano significativi anniversari di questi strumenti giuridici internazionali, appare opportuna una riflessione approfondita sul fondamento e il rispetto dei diritti dell’uomo nel mondo contemporaneo, riflessione che auspico sia foriera di un rinnovato impegno in favore della difesa della dignità umana, con speciale attenzione per i membri più vulnerabili della comunità. In effetti, osservando con attenzione le nostre società contemporanee, si riscontrano numerose contraddizioni che inducono a chiederci se davvero l’eguale dignità di tutti gli esseri umani, solennemente proclamata 70 anni or sono, sia riconosciuta, rispettata, protetta e promossa in ogni circostanza. Persistono oggi nel mondo numerose forme di ingiustizia, nutrite da visioni antropologiche riduttive e da un modello economico fondato sul profitto, che non esita a sfruttare, a scartare e perfino ad uccidere l’uomo.[4] Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignitàdisconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati. Penso, tra l’altro, ai nascituri a cui è negato il diritto di venire al mondo; a coloro che non hanno accesso ai mezzi indispensabili per una vita dignitosa;[5] a quanti sono esclusi da un’adeguata educazione; a chi è ingiustamente privato del lavoro o costretto a lavorare come uno schiavo; a coloro che sono detenuti in condizioni disumane, che subiscono torture o ai quali è negata la possibilità di redimersi;[6] alle vittime di sparizioni forzate e alle loro famiglie. Il mio pensiero va anche a tutti coloro che vivono in un clima dominato dal sospetto e dal disprezzo, che sono oggetto di atti di intolleranza, discriminazione e violenza in ragione della loro appartenenza razziale, etnica, nazionale o religiosa.[7] Non posso, infine, non ricordare quanti subiscono molteplici violazioni dei loro diritti fondamentali nel tragico contesto dei conflitti armati, mentre mercanti di morte[8] senza scrupoli si arricchiscono al prezzo del sangue dei loro fratelli e sorelle. Dinanzi a questi gravi fenomeni, tutti siamo chiamati in causa. Quando, infatti, i diritti fondamentali sono violati, o quando se ne privilegiano alcuni a scapito degli altri, o quando essi vengono garantiti solamente a determinati gruppi, allora si verificano gravi ingiustizie, che a loro volta alimentano conflitti con pesanti conseguenze sia all’interno delle singole Nazioni sia nei rapporti fra di esse. Ciascuno è dunque chiamato a contribuire con coraggio e determinazione, nella specificità del proprio ruolo, al rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona, specialmente di quelle “invisibili”: di tanti che hanno fame e sete, che sono nudi, malati, stranieri o detenuti (cfrMt25,35-36), che vivono ai margini della società o ne sono scartati. Questa esigenza di giustizia e di solidarietà riveste un significato speciale per noi cristiani, perché il Vangelo stesso ci invita a rivolgere lo sguardo verso i più piccoli dei nostri fratelli e sorelle, a muoverci a compassione (cfrMt14,14) e ad impegnarci concretamente per alleviare le loro sofferenze. Desidero, in questa occasione, rivolgere un accorato appello a quanti hanno responsabilità istituzionali, chiedendo loro di porre i diritti umani al centro di tutte le politiche, incluse quelle di cooperazione allo sviluppo, anche quando ciò significa andare controcorrente. Con l’auspicio che queste giornate di riflessione possano risvegliare le coscienze e ispirare iniziative volte a tutelare e promuovere la dignità umana, affido ciascuno di voi, le vostre famiglie e i vostri popoli all’intercessione di Maria Santissima, Regina della pace, e invoco su tutti l’abbondanza delle divine benedizioni. Dal Vaticano, 10 dicembre 2018 FRANCESCO __________________ [1] Cfr Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, 10 dicembre 1948, Preambolo e Articolo 1. [2] Cfr Dichiarazione di Vienna, 25 giugno 1993, n. 5. [3] Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, art. 29.1. [4] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53. [5] Cfr Giovanni XXIII, Lett. Enc.Pacem in terris, 11 aprile 1963, 6. [6] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2267. [7] Cfr Discorso ai partecipanti alla Conferenza mondiale sul tema “Xenofobia, razzismo e nazionalismo populista, nel contesto delle migrazioni mondiali”, 20 settembre 2018. [8] Cfr Udienza generale, Piazza San Pietro, 11 giugno 2014.  L'articolo Diritti umani, prima gli «invisibili» sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Il 30 dicembre la prima pietra di una nuova chiesa ad Abu Dhabi (Sun, 09 Dec 2018)
Nella città che il Papa si appresta a visitare la nuova chiesa sorgerà a Ruwais, nella zona dove lavorano gli operai delle strutture petrolifere. Mons. Hinder alla presentazione del suo libro all’ambasciata italiana: «La fede dei miei cattolici, così provati dalla precarietà, è per me una continua sorpresa e un incoraggiamento»   Una “diocesi” che comprende tre Paesi – Emirati Arabi Uniti, Oman e il tormentato Yemen -, oltre un milione di fedeli cattolici (la stima è per difetto) e una Chiesa vitale e piena di energia nonostante le sfide quotidiane, che sono innumerevoli, a cominciare dalla costante precarietà. È questa la “straordinaria ordinarietà” che monsignor Paul Hinder, vicario dell’Arabia del sud, ha raccontato nel corso di un incontro con la comunità italiana degli Emirati, riunita nella sala conferenze presso la cattedrale di Abu Dhabi, la capitale della federazione che – è notizia freschissima – a febbraio riceverà la visita di Papa Francesco. Il cappuccino di origini svizzere, nel Golfo da quindici anni, ha portato la sua testimonianza in occasione della presentazione del suo libro, Un vescovo in Arabia, recentemente pubblicato dall’editrice missionaria italiana, in un evento organizzato su iniziativa dell’ambasciata d’Italia. Un modo per condividere la sua eccezionale esperienza di “pastore nella terra dell’islam” con i rappresentanti di una comunità che negli Emirati arabi conta circa tremila persone, in maggioranza professionisti e imprenditori, per i quali la parrocchia di Saint Joseph rappresenta anche un luogo di ritrovo, in particolare in occasione della settimanale celebrazione in italiano. Tra questi c’è anche l’ambasciatore Liborio Stellino, ad Abu Dhabi dal 2015, intervenuto alla presentazione insieme alla moglie Teresa. “Viviamo in un Paese in cui la tolleranza religiosa è una priorità per le autorità”, ha spiegato introducendo l’incontro l’ambasciatore, che ha ricordato l’inaugurazione stessa della chiesa di Santa Teresa, nel compound parrocchiale, quando “al taglio del nastro, a fianco del vescovo Hinder era presente il ministro della cultura sheikh Nahyan Bin Mubarak Al Nahyan, attuale ministro emiratino della tolleranza”. Nella confederazione, dove dei nove milioni di abitanti i cittadini locali sono soltanto un milione – il resto sono espatriati provenienti da tutto il mondo, richiamati nella Penisola arabica dal miraggio di un lavoro -, è il governo a concedere il terreno per costruire i luoghi di culto. Per i cattolici di Abu Dhabi, centomila persone di un centinaio di nazionalità diverse, le chiese a disposizione sono attualmente tre, la più recente edificata nella zona industriale di Musaffah (nella foto la sua inaugurazione nel 2015 con il cardinale Pietro Parolin), dove sorgono gli sterminati labour camp in cui vivono centinaia di migliaia di lavoratori stranieri impiegati nel settore delle costruzioni, tra cui molti cristiani. Il 30 dicembre sarà inoltre posta la prima pietra della nuova chiesa di Ruwais, a ovest della capitale: sarà un luogo di riferimento per molti operai delle strutture petrolifere, che, come in tutte le parrocchie del Golfo, in chiesa trovano non solo l’opportunità di praticare la loro fede ma anche supporto, umano e materiale, assistenza spirituale, pratica e legale, e soprattutto occasioni di rapporti umani e condivisione quotidiana, fondamentali in un contesto a volte duro, dove il lusso esibito ovunque è accessibile quasi esclusivamente ai pochissimi cittadini autoctoni. “La fede dei miei cattolici, spesso provati dalla precarietà sul lavoro e dalle difficoltà legate alla mancanza della cittadinanza, è per me una continua sorpresa e un incoraggiamento”, ha raccontato monsignor Hinder. “A volte dico loro: io sono il vostro pastore, ma anche voi, con il vostro esempio, siete dei pastori per me”. Dalle sfide poste da una comunità estremamente plurale fino alle esperienze di confronto e dialogo interreligioso, il vescovo ha portato la sua testimonianza senza sottrarsi alle domande di un pubblico particolarmente coinvolto. “Parlare di dialogo non è facile in una società in cui noi stranieri siamo tutti cittadini di serie B e dove i cristiani devono accettare una situazione di asimmetria rispetto alla controparte musulmana”, ha ammesso. Raccontando tuttavia anche le occasioni in cui la testimonianza spirituale di tanti buoni musulmani ha rappresentato un motivo di ispirazione e un incentivo a “non nascondere la nostra fede, anche nella libera Europa”. L’ambasciatore Stellino, da parte sua, ha esortato a non sottovalutare le occasioni di vicinanza: “Non dimentichiamo che la moschea che sorge a fianco di questa cattedrale – ha detto – è stata dedicata a Maria, madre di Gesù”. Dai diritti umani, a cominciare dalla libertà religiosa ancora negata nel Paese – visto che qui è impossibile convertirsi a una fede diversa dall’islam e i sacerdoti non possono impartire battesimi -, fino alle migrazioni internazionali e alla cooperazione per il bene del pianeta (l’Expo che si terrà a Dubai nel 2020 sarà dedicata proprio alla sostenibilità), sono numerose e cruciali le questioni che si incrociano in queste terre dove il deserto incontra i grattacieli. La visita di Papa Francesco sarà un’importante occasione per metterle sotto i riflettori.  L'articolo Il 30 dicembre la prima pietra di una nuova chiesa ad Abu Dhabi sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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I nostri santi della porta accanto (Sat, 08 Dec 2018)
Un missionario del Pime, in Algeria da quattro anni, rilegge le figure dei 19 martiri oggi beati: «Spesso ho l’impressione che mi accompagnino»   «La nostra Chiesa è nella gioia. Ci è donata la grazia di poter far memoria dei nostri 19 fratelli e sorelle come “martiri”, cioè  – secondo il significato più proprio di questa parola – “testimoni” dell’amore più grande, quello di donare la propria vita per quelli che amiamo». Il comunicato è appena arrivato nella mia mail. È il 27 gennaio 2018. Firmato: i quattro vescovi d’Algeria, Paul Desfarges di Algeri, Jean-Paul Vesco di Orano, John McWilliam di Laghouat-Ghardaïa e Jean-Marie Jehl, vicario apostolico di Costantina. Aspettavamo la notizia. In più occasioni ne avevamo parlato tra di noi e con amici, ma ora, finalmente, ci siamo: è ufficiale, i nostri cari “fratelli e sorelle maggiori”, “santi della porta accanto”, lo sono realmente. Hamdoullah! È la prima parola che spontaneamente mi viene alle labbra: “Dio sia lodato”. Quest’espressione quotidiana, sentita mille volte in Algeria, è sulla bocca di tutti. Quasi a dire: come si può vivere senza ringraziare Dio ogni giorno? Continuo a leggere: «I nostri fratelli e sorelle sono modelli sul cammino della santità ordinaria. Sono testimoni che una vita semplice ma completamente donata a Dio e agli altri può condurci all’apice della vocazione umana. I nostri fratelli e sorelle non  sono degli eroi. Non sono morti per un’idea o per una giusta causa. Erano semplicemente membri di una piccola Chiesa cattolica in Algeria, che, seppur costituita in maggioranza da stranieri, e spesso considerata essa stessa come straniera, ha tirato le conseguenze naturali  della sua scelta di appartenere pienamente a questo Paese. Era chiaro per ciascuno dei suoi membri che quando si ama qualcuno non lo si abbandona nel momento della prova. È il miracolo quotidiano dell’amicizia e della fraternità. Parecchi di noi li hanno conosciuti e hanno vissuto con loro. Oggi la loro vita appartiene a tutti. Ci accompagnano ormai come pellegrini dell’amicizia e della fraternità universale». Sono qui in Algeria dal 2014. I nostri “fratelli e sorelle maggiori“ sono stati uccisi tra il 1994 e il 1996. Che cos’hanno in comune con me? Perché li sento così vicini? Perché sento il bisogno di conoscerli sempre più e  di fare memoria? Perché, scavando un po’, sembra che tutto parli di loro? Perché, spesso, ho l’impressione che mi accompagnino? Entrando nella basilica di Notre Dame d’Afrique ad Algeri – che molti chiamano “Madame l’Afrique” -, mi incammino nella navata, arrivo davanti ai gradini che portano all’altare e guardo a destra, nel transetto in cui si apre la cappella di Santa Monica. Sulla parete dell’abside sono collocate diciannove formelle colorate con i nomi dei nostri fratelli e sorelle martiri. Ai piedi dell’altare, c’è la lapide sotto cui è sepolto il cardinal Léon Etienne Duval, grande amico del popolo algerino. Mi fermo in silenzio a osservare le maioliche, una a una. Ogni nome una storia, desideri, fatiche, gioie e sofferenze e un comune destino: aver speso la propria vita qui, cercando di seguire Cristo. Penso a come sarebbe oggi la biblioteca di Ben Cheneb se Henri e Paul Hélène avessero continuato il loro impegno lì. Quanti altri giovani avrebbero potuto aiutare a crescere come persone? Penso ai padri bianchi di Tizi Ouzou, che hanno saputo subito tornare in Cabilia, la regione con più cristiani di tutto il Paese, e riaprire una nuova comunità, nonostante la perdita di Jean, Alain, Charles e Christian. Penso al monastero di Tibhirine: chissà come sarebbe se ci fosse ancora una comunità di monaci? Cos’altro avrebbe saputo scrivere e regalarci la mente “assetata di Dio” di Christian? Quale “polmone” per noi, per questa Chiesa? Dopo 15 anni di presenza spesso solitaria di un prete della Mission de France, padre Jean-Marie Lassausse, finalmente è tornata una comunità a Tibhirine grazie a Chemin Neuf. Pierre Claverie avrebbe forse potuto diventare arcivescovo di Algeri, la sua voce sarebbe stata ancora più forte, profetica, chissà… Il loro sangue versato è nelle mani di Dio. Per noi sono degli “angeli custodi” insieme a sant’Agostino e santa Monica, originari di Tagaste (oggi Souk Ahras, nell’Est algerino); i martiri dei primi secoli come santa Marciana di Cherchell, santa Salsa di Tipasa e molti altri; il cardinale Charles Martial Allemand  Lavigerie, che ha voluto la basilica di Notre Dame d’Afrique; frère Charles de Foucauld, che ha vissuto nel deserto a Beni Abbes e poi a Tamanrasset dove è stato ucciso. O ancora, piccola sorella Magdeleine, fondatrice delle Piccole Sorelle di Gesù nel 1939 a Touggourt; e il cardinal Léon Etienne Duval, arcivescovo di Algeri, che è qui, sepolto davanti ai miei piedi. E molti altri volti sconosciuti che vegliano dal cielo su di noi.  L'articolo I nostri santi della porta accanto sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Padre Pozzi dal Centrafrica: «Situazione sempre più grave» (Fri, 07 Dec 2018)
Dalla Repubblica Centrafricana il racconto di padre Tiziano Pozzi, missionario betharramita nel nord-ovest del Paese: «I ribelli ci dicono: non deporremo mai le armi»   Per questo Natale, come i cinque precedenti, la Repubblica Centrafricana ha solo un desiderio: la pace. Questo Stato nel centro del continente nero da quasi sei anni è coinvolto in una guerra civile complessa, che ha costretto a scappare in altre regioni 643mila persone e spinto 570mila profughi oltre confine. Per il groviglio di interessi in campo, locali e internazionali legati alle risorse minerarie, capire cosa sta succedendo è difficile anche perché – fatta eccezione per qualche reportage (in Italia, due settimane fa, ne è uscito uno su L’Espresso) – le informazioni sono poche e sommarie. Di certo si sa che la situazione umanitaria è critica: qualche giorno fa un rapporto dell’Unicef, ha segnalato che un bambino su quattro è sfollato e 1,5 milioni di bambini hanno estremo bisogno di assistenza. Nei primi tre anni del conflitto, si sono fronteggiati due schieramenti: la Seleka, coalizione composta da mercenari provenienti da Ciad e Camerun che dichiarava di perseguire gli interessi dei musulmani, e gli anti-balaka, corpi di auto difesa di credo cristiano. Anche se la coalizione Seleka si è sciolta formalmente nel 2014, non ha invece smesso di seminare violenza. I miliziani oggi sono raggruppati in quattordici gruppi che si stanno spartendo il territorio lottando fra loro. Tra le sigle di guerriglieri, l’Unione per la Pace (!) in Centrafrica (Upc) si è fatta conoscere per l’attacco terroristico sferzato il 15 novembre scorso ad Alindao, un villaggio nel sud del Paese. I miliziani hanno prima fatto razzia nella chiesa locale e hanno poi raggiunto e ucciso 60 persone nel campo profughi allestito dalla Chiesa. Vittime sono tanti cristiani e due sacerdoti tra i quali il vicario generale della diocesi di Alindao, monsignor Blaise Mada. L’attacco sarebbe la risposta all’assassinio di un musulmano per mano degli anti-balaka, ma non è un problema religioso, più che altro – secondo tutti coloro che lavorano per la pace – i campi per sfollati presso le parrocchie cattoliche sono considerati punti di riferimento per i miliziani anti-balaka e di conseguenza, i sacerdoti e i vescovi sono visti come protettori degli avversari e fornitori di armi e munizioni. Il vescovo di Bangassou, monsignor Juan Jose Aguirre, ha spiegato anche, con una dichiarazione all’agenzia Fides  che «forze straniere vogliono fare in modo che i centrafricani combattano tra loro per poter mettere le mani sulle ricchezza del Paese ed aprire la strada all’Islam radicale al cuore dell’Africa». Abbiamo chiesto un punto di vista sulla crisi anche al missionario betharramita padre Tiziano Pozzi, da oltre trent’anni sacerdote e medico nel villaggio di Niem nel nord-ovest del Paese, che – suo malgrado – ha una certa esperienza con colpi di Stato e guerriglia in Centrafrica. «In questi ultimi mesi la situazione va aggravandosi, soprattutto nella parte nord ed est del Paese. Ma anche Niem dal settembre 2017 appartiene al Centrafrica solo sulla carta geografica: da allora tutta la nostra zona è sotto il controllo del gruppo ribelle 3R. Partendo dalla frontiera col Camerun la prima autorità pubblica si trova a Bouar, vale a dire a 170 km di distanza…» «In questo momento nel nostro villaggio ci sono una cinquantina di ribelli che non hanno neppure bisogno di girare armati, tanto è assoluto il loro controllo sul territorio. Il loro arrivo sta portando qui molti allevatori di etnia mbororo, la stessa dei ribelli. Arrivano con le mandrie di mucche, che necessitano di ampi spazi. Il risultato inevitabile è la devastazione dei campi della gente del villaggio che non può rivolgersi a nessuno per far valere il suo diritto di risarcimento». «Purtroppo – conclude padre Tiziano – non si vedono vie d’uscita nell’immediato. Me lo ha confermato anche il capo dei ribelli che, negli ultimi mesi, ha avuto bisogno delle nostre cure dandomi l’occasione di una chiacchierata con lui. Mi ha detto che non si fida di nessuno, tanto meno delle Nazioni Unite e che non deporrà mai le armi. Non so se ha detto sempre la verità, ma temo che questa occupazione durerà a lungo».   Nella foto: una delle immagini della devastazione di Alindao diffuse dai testimoni  L'articolo Padre Pozzi dal Centrafrica: «Situazione sempre più grave» sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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