Novità del PIME

Mondo e Missione

«Pime: una parola per Milano» (lun, 16 set 2019)
Alcune migliaia di persone domenica hanno preso parte all’inaugurazione della sede rinnovata della Casa Madre del Pime, con il suo Centro missionario con nuovi spazi aperti alla città. Delpini: «Questo luogo ci spingerà ad essere sempre di più Chiesa dalle genti». Brambillasca: «Una casa non per rimanere, ma per partire di nuovo»   La Messa sotto il grande tendone con l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, che ha consegnato il crocifisso ai missionari e alle missionarie in partenza in una liturgia animata dai suoni e dai colori dei popoli che andranno a servire. E poi le parole di attenzione da parte delle autorità cittadine per il servizio che il Pime svolge in città. Ma soprattutto le migliaia di persone passate negli ambienti accoglienti del rinnovato Museo Popoli e Culture e nella caffetteria dove d’ora in poi sarà possibile ogni giorno vedere e ascoltare la voce del mondo. Si può riassumere in queste tre istantanee la giornata che domenica 15 settembre ha visto l’inaugurazione della rinnovata Casa Madre del Pime in via Mosé Bianchi 81, nuova sede della Direzione generale dell’istituto e del Centro che si propone come un polo culturale di animazione missionaria al servizio della città. Cuore della giornata la celebrazione eucaristica presieduta da mons. Delpini nel cortile del Pime alla presenza del vice-sindaco di Milano, Anna Scavuzzo, che insieme all’assessore alla Cultura Filippo Del Corno hanno portato il saluto dell’amministrazione comunale. Tra le istituzioni cittadine significative anche le presenze della Fondazione Cariplo, rappresentata dalla vice-presidente Paola Pessina, e del rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, il professor Franco Anelli. Sei i vescovi presenti alla liturgia che per la Chiesa ambrosiana è stata anche l’apertura (anticipata) del Mese Missionario Straordinario indetto da Papa Francesco: il vicario generale dell’arcidiocesi di Milano mons. Franco Agnesi, il vescovo emerito di Vanimo (Papua Nuova Guinea) mons. Cesare Bonivento, il vescovo di Parintins (Brasile) mons. Giuliano Frigeni, i vescovi della Guinea Bissau José Camnate e Pedro Zilli e mons. Vijai Rayarala, da pochi giorni vescovo di Srikakulam in India. Un piccolo spaccato del mondo che i missionari del PIme incontrano e che sempre di più avrà Milano come suo crocevia. «In questa nuova sede – ha spiegato all’inizio della celebrazione il superiore generale del Pime padre Ferruccio Brambillasca nel suo saluto -, nei prossimi anni, passeranno i nostri missionari che lavorano in 19 nazioni e, molto probabilmente, anche alcuni dei vescovi, dei sacerdoti e dei laici delle missioni dove siamo presenti. Comprendete allora che ci sarà un “vento missionario” proveniente da tutto il mondo che ci farà respirare, in anticipo, le “olimpiadi delle missioni”, cioè la possibilità di incontro di diverse culture e popoli». «Oggi inauguriamo una casa, non per rimanerci, ma per partire di nuovo, per andare o ritornare nelle nostre missioni – ha aggiunto padre Brambillasca -. Se non fosse così, potrebbe essere anche una bella casa, ben fatta e ben strutturata, ma, per noi missionari del Pime, non avrebbe senso, perché la nostra casa è altrove, nelle nostre missioni, dove si realizza la nostra vocazione e identità missionaria». E proprio sul senso della missione nel contesto di oggi ha incentrato nell’omelia la sua riflessione l’arcivescovo Delpini. Un contesto – che come già capitato a Gesù – è «malato di sospetto», inquinato «dal pregiudizio che i cattolici non siano credibili, che abbiano interessi che non dichiarano, che la proposta di vita della comunità cristiana mortifichi l’umano, invece di esaltarlo, comprima la libertà invece di promuoverla». Un contesto dove si sperimenta anche l’ostilità, come accade in tanti Paesi dove «i cristiani sono esposti alla violenza fisica che distrugge le chiese e uccide i cristiani»: è capitato anche a tanti martiri del Pime. E poi l’indifferenza: «La gente di questo tempo – ha osservato mons. Delpini – sembra che non abbia bisogno di Dio: ciascuno può cavarsela con le sue forze; la gente di questo tempo sembra che non abbia tempo né voglia di ascoltare una promessa di vita eterna: già basta la vita che va verso la morte; che senso ha una vita eterna; la gente di questo tempo sembra che non si lasci toccare dal dolore altrui: ciascuno ha già le sue preoccupazioni, figuriamoci se può interessarsi delle preoccupazioni altrui». In questo contesto di sospetto, ostilità, indifferenza, si è chiesto l’arcivescovo, come sarà la missione? «Noi corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù: pensate a Gesù, per non perdervi d’animo – ha risposto indicando lo stile del missionario -. I discepoli di Gesù continuano ad amare, a servire, a sperare, non si lasciano zittire dalle ostilità perché tengono fisso lo sguardo su Gesù e continuano la missione che Gesù ha loro affidato». «A nome della Chiesa ambrosiana – ha concluso mons. Delpini – dò il benvenuto a questo Centro e a tutte le sue iniziative. La missione, l’evangelizzazione, portare il Vangelo altrove, è un’impresa culturale, richiede un confronto tra tradizioni, abitudini, modi di vivere. Questo andare verso gli altri abiliterà anche la nostra Chiesa ad accogliere, ad essere la Chiesa dalle genti, in cui coloro che vengono da ogni parte del mondo sono accolti come fratelli e sorelle, diventano una ricchezza che rende più giovane e aperta la nostra Chiesa e ci incoraggia a guardare al futuro come tempo di missione, tempo di coraggio, di annuncio gioioso del Vangelo». Al termine della liturgia l’arcivescovo è sceso insieme alle autorità nel grande seminterrato della Casa Madre, 1200 metri quadri tra testimonianze dei missionari, coinvolgenti installazioni multimediali, preziosi reperti che parlano dei popoli che il Pime ha incontrato sulla sua strada, insieme a una caffetteria e un negozio pensati per trasformare quest’apertura all’incontro anche in uno stile di vita. Ambienti che attraverso la bellezza trasmettono una parole forte alla Milano di oggi. E che tante persone ieri hanno mostrato di voler ascoltare.                L'articolo «Pime: una parola per Milano» sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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L’ambiente del desiderio (Sat, 14 Sep 2019)
Questo cerchiamo di fare qui in Cambogia, attraverso la prima, la seconda, la terza e, forse, la quarta scuola: favorire una trasformazione interiore dell’io attraverso il noi della scuola.   «Leggo per abitare scrivo per traslocare» Chandra Livia Candiani   L’apertura della terza piccola scuola superiore a Tmor Pech, in campagna, e il sogno sempre più ricorrente di una quarta scuola, questa volta in città a Kompong Cham, sulle rive del Mekong, fanno del binomio missione-educazione il cuore di questi miei anni in Cambogia. In realtà l’educazione delle nuove generazioni e la riforma mai finita della scuola sono, in Italia come in Cambogia, questioni sempre aperte. Al punto che, di fronte al problema dell’uomo e del suo destino (perché di questo si occupa l’educazione) vorremmo soluzioni immediate, una formula o un farmaco che ci aiutino a risolvere la nostra “mancanza a essere”. Non tanto e non solo la nostra, quanto quella ben più grave, a tratti patologica, dei nostri figli. Vorremmo un formula, una chimica delle cose che ci dica dove andare, cosa fare. Spesso, non avendo più parole che guariscono, ricorriamo a qualche antidepressivo, prima per la notte, che ci aiuti a dormire, poi per il giorno, che ci aiuti a vivere… Ma niente! Perché l’educazione come la vita esige una cura, un tempo prolungato, non formule e ricette. «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe», scrive E. Montale. «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti». Quello che possiamo dirci sull’uomo e sul suo destino – conclude il poeta – è solo «qualche storta sillaba e secca come un ramo». Da questi anni appena passati dunque non raccolgo una formula e nemmeno delle procedure “happy end”. Raccolgo piuttosto il gusto e il profumo di un ambiente, anzi due! Che si promuovono a vicenda e dentro ai quali l’educazione accade. L’io dello studente e il noi della scuola. Il primo è un campo di battaglia! Per l’incandescente dialettica interiore tra bisogno e desiderio. Educare, a casa come a scuola, significa favorire questo passaggio, questa evoluzione interiore e spirituale dal bisogno al desiderio. Mi spiego. Se il bisogno è istintuale, una fame che ci schiaccia e ci fa guardare in basso, il desiderio è una trascendenza che ci abita e ci fa guardare in alto. Se il bisogno è sempre egocentrico, monotematico e cerca l’oggetto, la cosa, il desiderio è invece eccentrico, ha una sua irriducibile polisemia, e cerca sempre il soggetto. Se il bisogno comanda e ha fretta, il desiderio rispetta e sa attendere. E ancora, il bisogno paralizza, insinua la paura di non essere soddisfatto, esige sempre prima di dare e poi non da mai niente. Il desiderio invece è una trascendenza interna, qualcosa di acceso, che apre e arricchisce i nostri paesaggi interiori di nuove scene, figure e progetti. Potremmo continuare all’infinito. Il punto è che la scuola, con tutte le sue materie dovrebbe essere anzitutto l’ambiente del desiderio, dove ha luogo quel diuturno cammino, non automatico tanto meno naturale, vera e propria lotta interiore, che porta dal bisogno al desiderio. Scrive G. Bottiroli che «quando la pulsione incontra il linguaggio diventa desiderio» (1). È inevitabile dunque che ciascun insegnante debba a sua volta partecipare a questo cammino non solo con le proprie competenze, ma con il proprio desiderio. Cioé con la propria lotta interiore. Solo così può esserci scambio, contaminazione, creatività, passione, vita, amore. Solo così le parole prendono corpo: «se chi parla parla a partire dal proprio desiderio – allora – gli oggetti del sapere acquisiscono lo spessore erotico di un corpo, si libidicizzano, si animano» (2). E cominciano ad abitare e a nutrire il nostro mondo interiore, non come nozioni morte, ma come passioni vive. E poi il noi della scuola. E qui alludo all’atmosfera tra le aule scolastiche e i corridoi, tra un’attività e l’altra, tra un legame e l’altro, un evento e l’altro. Tra le voci nitide delle ore di lezione e il vociare frenetico dei tempi liberi. Ma alludo anche allo scorrere della cronaca, anzi della storia, e la sua ripresa tra le mura scolastiche attraverso «un permanente criterio di giudizio» come «salvaguardia stabile del nesso (…) tra i mutevoli atteggiamenti del giovane e il senso ultimo». Questo può aiutare i ragazzi a fare sintesi senza regressioni e qualunquismi, fedeli a un «residuo senso di mistero, che definisce senza definirlo l’orizzonte e la prospettiva del vivere, e che genera una disponibilità – per così dire delle proprie membra – ad adattarsi a spazi nuovi (…)» (3). Fino a percepire quell’affinità con il divino che ci connota. E ci chiama. Questo cerchiamo di fare, attraverso la prima, la seconda, la terza e, forse, la quarta scuola: favorire una trasformazione interiore dell’io attraverso il noi della scuola. È possibile, ne sono certo. Lo sento, dentro e fuori di me. Anch’io in fondo «leggo per abitare / scrivo per traslocare».   G. Bottiroli, La ragione flessibile. Modi d’essere e stili di pensiero, Torino 2013, 328. M. Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Torino 2014, 91. Cfr. L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2005.   L'articolo L’ambiente del desiderio sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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La Thailandia che attende papa Francesco (Fri, 13 Sep 2019)
Ritratto del Paese dove il Pontefice farà tappa nel suo viaggio asiatico di novembre che lo porterà poi anche in Giappone   Non solo Giappone, ma anche Thailandia: la Sala Stampa della Santa Sede ha ufficializzato questa mattina l’itinerario del viaggio asiatico di papa Francesco, che lo vedrà in questi due Paesi dell’Estremo Oriente dal 19 al 26 novembre. A Bangkok sarà il secondo incontro di un pontefice con il Paese del Sorriso. Il precedente fu quello di Giovanni Paolo II nel maggio 1984 e se l’incontro con l’allora sovrano Rama IX (Bhumibol Adulyadej) confermò il reciproco rispetto tra i due leader, l’incontro con il Patriarca supremo del buddhismo thailandese fu poco più di un atto dovuto ma non mancò di suscitare interesse nella popolazione, in una realtà che ha nell’interpretazione locale della dottrina del Buddha uno dei suoi cardini storici ma che non è più chiusa nel lungo isolamento incrinato solo dagli scambi economici e dal turismo di massa. Una religione, quella buddhista, che è tra i cardini del nazionalismo thai ma fatica a indirizzare la nazione sul piano morale e etico. Infine, una tradizione che contribuisce – con il richiamo a un certo disinteresse e individualismo – a disincentivare attivismo sociale e politico, garantendo così ai militari e alle élite tradizionali il controllo sui 70 milioni di thailandesi nonostante l’evoluzione tecnologica, le sfide regionali e i segnali di insofferenza tra i giovani. Quella che pecederà la tappa giapponese dal 23 al 26 novembre, è una visita che segue l’invito formulato durante l’udienza privata tra Francesco e l’ex premier Yingluck Shinawatra a Roma il 12 settembre 2013; ma la prospettiva del viaggio per l’anno successivo fu bloccata dal colpo di Stato incruento del maggio 2014 guidato dall’attuale primo ministro, l’ex generale Prayuth Chan-ocha. L’invito al Santo Padre fu poi rinnovato dai vescovi thailandesi in visita ad limina apostolorum il 3 maggio 2018 durante un incontro con diversi spunti d’interesse, pur nella poca “appariscenza” della Chiesa siamese. Occasione per lo scalo a Bangkok di un Papa che non ha mai fatto mistero del suo interesse per l’orizzonte ”asiatico”, sono i 350 anni dell’avvio dell’impegno delle Missioni Estere di Parigi nell’antico Siam, di cui sono eredi i circa 380mila cattolici e una Chiesa strutturata in 12 diocesi e 436 parrocchie che negli ultimi anni ha visto una profonda riorganizzazione e si è data nuovi obiettivi di attenzione sociale (gruppi tribali, diseredati urbani, tossicodipendenti e ammalati, immigrati e profughi…), al di là della tradizionale priorità data all’istruzione per la forte impronta salesiana La missione ad gentes, che dal 1972 ha anche visto la partecipazione attiva del Pontificio istituto delle missioni estere (Pime) nelle diocesi di Bangkok e Chiang Mai, ha avuto un ruolo concreto di evangelizzazione e di promozione umana in una realtà dove inuguaglianza e sfruttamento sono raramente riconosciuti e sanzionati. La convivenza con altre fedi, a partire dal buddhismo, è una sfida anche per la missione; se il dialogo resta ancora agli inizi, in Thailandia non si segnalano comunque elementi concreti di tensione.  L'articolo La Thailandia che attende papa Francesco sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Nuovo Centro Pime, cantiere di fraternità per Milano (Wed, 11 Sep 2019)
Presentato in una conferenza stampa il nuovo polo di cultura e animazione missionaria che il Pime inaugurerà ufficialmente domenica a Milano. L’arcivescovo Delpini: «Un luogo per dire che il mondo non è fatto per essere solo un grande mercato»   «La globalizzazione tende a livellare il mondo in una sorta di omogeneità uniforme. La missione, che pure ha gli orizzonti universali, invece suggerisce di valorizzare le culture locali non di spegnerle. L’esperienza dei missionari dice che il mondo non è stato creato per diventare un grande mercato in cui la gente che lo abita si chiamano consumatori, ma per essere una grande fraternità in cui quelli che ci vivono si chiamano figli di Dio. L’obiettivo della missione è convincere le persone ad avere stima di sé perché sono figli di Dio e valorizzare le culture locali perché sono luogo della crescita delle persone». Lo ha detto l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, in un video-messaggio, durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo polo culturale missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere). In un città cosmopolita come Milano, ma anche attraversata dalle fatiche che l’incontro tra genti diverse produce, secondo l’Arcivescovo, il nuovo Centro Culturale Missionario può aiutare ad acquisire «una capacità critica di discernimento, di accoglienza, di integrazione, di radicale e messa in discussione per la realizzazione di quella “Chiesa dalle genti” che è il nostro compito per questo tempo». Il nuovo Centro del PIME – che ha sede in via Monte Rosa 81 – sarà inaugurato sabato 14 e domenica 15 settembre in una due giorni di appuntamenti che avrà il suo momento centrale nella Messa presieduta domenica alle 10,30 dall’Arcivescovo. Ad aprire i battenti è uno spazio di oltre 1000 metri quadrati aperto al pubblico dal lunedì al sabato dalle 8 alle 20 dove nell’ambiente accogliente di una caffetteria culturale sarà possibile ascoltare i racconti dei 450 missionari dell’istituto presenti nei diversi Paesi del mondo, ma anche conoscere meglio le culture dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina attraverso gli oltre 200 oggetti esposti nel Museo Popoli e Culture, che nella nuova sede si presenta in una veste completamente rinnovata, arricchita da una serie di installazioni multimediali. Il Centro PIME è un luogo che si candida a diventare un crocevia di proposte: ospiterà mostre, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, iniziative per i ragazzi e le famiglie, proposte legate al mondo dell’economia solidale. «La missione sta cambiando – ha commentato in un altro contributo video curato dalla redazione di Mondo e Missione il superiore generale del PIME, padre Ferruccio Brambillasca – e il nostro Centro vuole innanzitutto essere un luogo che educhi alla mondialità, all’urbanizzazione, all’apertura ad altri popoli e culture, in particolare i giovani. Sarà un crocevia di missionari che potranno parlare, raccontare le loro storie, i loro sogni, i miracoli che hanno compiuto o a cui hanno assistito. Storie che difficilmente, in una grande città, possono essere ascoltate altrove». L’apertura delle frontiere ha attirato a Milano importanti investimenti stranieri. Nello stesso tempo, i flussi migratori hanno trasformato la città in un intreccio di popoli, culture e fedi. Questo processo da un lato è stato alla base di un importante sviluppo economico della città; dall’altro ha creato nuove tensioni sul piano della convivenza tra usi, costumi, appartenenze religiose differenti. Proprio i missionari partiti da Milano con le loro testimonianze possono oggi aiutare la città ad affrontare la sfida della convivenza. Negli ultimi venti anni la popolazione straniera ha conosciuto una costante crescita, passando da poco più di 100.000 residenti nel 1999 a quasi il triplo di oggi. Secondo i dati del Comune di Milano (aggiornati al 31 dicembre 2018) i residenti stranieri sono 275.818, vale a dire il 19,8% della popolazione totale, a fronte di una percentuale in Italia pari all’8,5%. I gruppi nazionali più numerosi sono i filippini (41.732), gli egiziani (40.080), i cinesi (31.214), i peruviani (18.430), gli srlilankesi (17.279). Mentre il mondo prendeva casa a Milano, molti cittadini milanesi partivano in missione per il mondo. Attualmente – comprendendo sacerdoti diocesani, religiosi e religiose, laici e laiche – i missionari ambrosiani in servizio nel mondo sono 780, tra cui anche 31 preti ambrosiani fidei donum “in prestito” alle chiese sorelle sparse in 14 diversi Paesi (Albania, Argentina, Brasile, Burundi, Camerun, Colombia, Cuba, Haiti, Messico, Niger, Perù, Repubblica Democratica del Congo, Turchia, Zambia). E proprio domenica 15 settembre 3 nuovi missionari del Pime e 6 Missionarie dell’Immacolata riceveranno dall’Arcivescovo il crocifisso in vista della partenza per la loro prima destinazione. «L’inaugurazione del centro rinnovato del PIME permette di richiamare alla memoria un tesoro di incontro con le culture e ricerca di un futuro comune per tutta l’umanità che Milano ha generato nei decenni scorsi, ma che attualmente corre il rischio di dimenticare, impaurita dalla rapidità e dalle dimensioni del cambiamento d’epoca in atto anche qui da noi. In secondo luogo, mostra come anche la Chiesa intenda abitare in modo nuovo una città che ha deciso di rinnovare le forme e i riti del vivere assieme (vedi la vicina CityLife). Allo stesso tempo, questa presenza svolge anche il ruolo di sentinella, per ricordare alla Chiesa e alla città che non si vive isolati, che ci sono delle responsabilità verso quelle parti del mondo che hanno meno risorse, che la fede in Gesù Cristo rimane una buona notizia che dà futuro e speranza, capace di dialogo con le religioni e di lavoro insieme per un futuro di pace, di custodia della casa comune», ha detto monsignor Luca Bressan, vicario episcopale. «L’incontro è una delle cifre fondamentali della missione – ha spiegato padre Mario Ghezzi, direttore del Centro PIME, già missionario in Cambogia -. Non si fa missione se non si avvicina l’uomo che vive nella casa povera dell’Amazzonia o nel grattacielo di Tokyo. Solo incontrando una città con tutte le sue problematiche si può portare la Parola di speranza di Gesù. Per tutto questo il PIME ha deciso di incontrare Milano e la Chiesa ambrosiana secondo questa nuova modalità». «Il ruolo assunto dalle città di oggi, nell’intreccio che caratterizza   L'articolo Nuovo Centro Pime, cantiere di fraternità per Milano sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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